A voler essere pignoli bisognerebbe ricordare che era stato proprio lui, il giorno dopo le elezioni, a parlare di sconfitta. Con una di quelle frasi che lo hanno reso famoso e hanno fatto la fortuna del suo imitatore per eccellenza, Maurizio Cozza. «Chi non riesce a garantire la governabilità al suo Paese - aveva spiegato l’allora leader del Pd Pier Luigi Bersani - non può dire di aver vinto le elezioni. E quindi noi non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi. Questa è la sostanza». A voler essere pignoli bisognerebbe ricordare che «non abbiamo vinto», equivale a dire «abbiamo perso» e quindi chi pronuncia questa frase è, a tutti gli effetti, uno «sconfitto». In effetti la parabola di questi mesi è quella di un leader «sconfitto». Costretto, addirittura, al gesto estremo di lasciare ad altri il compito di guidare il partito. Ma Bersani la vede diversamente. E ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo spiega orgoglioso: «Io sconfitto? A me non risulta questo e credo che anche nel senso comune non risulti così. Penso a qualche nostro parlamentare che parla di sconfitta ma è stato eletto perché abbiamo preso un premio di maggioranza. Certamente abbiamo avuto un risultato inferiore alle aspettative, diciamo una vittoria azzoppata, dimezzata. Questo perché siamo stati esposti allo tsunami del M5S e per la legge elettorale». Insomma l’ex segretario democratico non fa mistero di ritenere quello che è accaduto e sta accadendo merito suo. Dopotutto un partito «sconfitto» non esprimerebbe il presidente del Consiglio, non avrebbe vinto le amministrative in tutta Italia e non assisterebbe, forse con un po’ di soddisfazione, allo sfaldamento di chi a febbraio aveva chiuso la porta a qualsiasi possibilità di intesa sul «governo del cambiamento». «Non ho niente da obiettare al presidente della Repubblica, che ha lavorato in condizioni particolari - sottolinea -. Io non gli ho chiesto di andare alle Camere, perché mi rendo conto della situazione. Andare alle Camere con me voleva dire andarci in due ed io non intendo che certi presidi della Repubblica vengano disturbati. Spero che si ammetta che quel passaggio non è stato inutile. Lo streaming con i Cinque stelle l’ho fatto con la testa, ed ora si inizia a capire che forse non è stato inutile quel passaggio. Quelli il 25% dei voti lo hanno preso sul serio. Ora però non sono contento per quello che sta accadendo, perché ora gli italiani hanno un’altra delusione, Hanno la rabbia e la disperazione, e questo non va». Fatta la premessa Bersani respinge le accuse di lavorare contro l’esecutivo guidato da Enrico Letta: «Non c’è alcuna iniziativa di Bersani. Qui ciascuno si prende sue responsabilità. Io voglio vedere in faccia uno che può pensare che io abbia fatto uno scherzo a Letta...» E smentisce anche l’ipotesi, circolata come indiscrezione, di voler correre al prossimo congresso: «Escludo di ricandidarmi alla segreteria del Pd. Non mi sarei ricandidato comunque. Lo avevo detto anche prima. Epifani? Lui dice che non ha nessuna intenzione, ma io non escludo niente. E comunque tra i potenziali candidati alla segreteria me ne vanno bene molti. Almeno quattro o cinque. A patto che ci intendiamo su alcuni punti». «Il punto è - prosegue -: ma noi stavolta eleggiamo un segretario o un candidato premier? Il premier ce l’abbiamo, va eletto un segretario. E quindi se discutiamo di un segretario secondo me, ma poi mi rimetto al collettivo, viene a votare chi aderisce al Pd lasciando aperte fino all’ultimo le iscrizioni». Quanto all’asse tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi che starebbe lavorando per decidere i prossimi equilibri del Pd, Bersani evita polemiche: «Queste cose di D’Alema e Renzi credo siano un po’ tatticismi e spero lascino il campo a discussioni più profonde. Credo che da nessuno nel Pd possa venir meno l’appoggio al governo Letta». Sarà, ma nel frattempo in casa democratica prosegue la tessitura del sindaco di Firenze. Dopo le «benedizioni» ricevute lunedì da Guglielmo Epifani e dal lìder Massimo (entrambi lo vedrebbero bene come prossimo candidato premier), ieri Renzi ha prima rivendicato il «copyright» della rottamazione di Silvio Berlusconi («sono il primo che ha detto che dovrebbe essere mandato in pensione, lo dico con il grande rispetto che si deve alle persone»), poi nel pomeriggio si è recato al Quirinale insieme al ministro dei Beni culturali Massimo Bray. La nota ufficiale della presidenza della Repubblica spiega che l’occasione è servita per discutere della «difficile situazione del Maggio Musicale Fiorentino» e della «grave situazione di crisi» che riguarda «la gran parte delle Fondazioni lirico-sinfoniche». In realtà nel faccia a faccia si è fatto anche il punto sulla situazione politica. E i suoi fedelissimi dicono che il sindaco era molto soddisfatto del suo colloquio con Giorgio Napolitano.
Contrordine compagni: Bersani ha vinto
L’ex leader rispolvera l’orgoglio e spiega di non sentirsi un leader sconfitto: «C’è stato un risultato inferiore alle aspettative. Una vittoria azzoppata»
