Politica

Chiudere e riaprire. La tv pubblica

di Massimiliano Lenzi - Chiudere o riaprire, questo è il problema. Non era mai accaduto prima, in un grande Paese europeo ed occidentale, che una televisione pubblica, nazionale, con oltre 2.500...

Chiudere o riaprire, questo è il problema. Non era mai accaduto prima, in un grande Paese europeo ed occidentale, che una televisione pubblica, nazionale, con oltre 2.500 dipendenti diventasse la metafora kafkiana di tutto e il suo contrario: prima la velocità della decisione di chiuderla, per certi aspetti crudele, presa dal Governo ellenico. Poi il dramma di così tanti disoccupati in 24 ore ed ora la riapertura. Una fotografia della burocrazia e delle decisioni che si sommano e confliggono mentre un pezzo della storia greca resta in attesa, sospesa in un limbo assieme alle vite di migliaia di lavoratori. Si, perché la decisione presa lunedì a tarda sera dal Consiglio di Stato greco - la massima autorità giudiziaria del Paese - di annullare "temporaneamente" la chiusura della radio-televisione pubblica Ert voluta dal governo, ordinandone la riapertura fino a che non verrà costituito un nuovo organismo audiovisivo pubblico, è il cortocircuito di un Paese, la Grecia, ma pure un memento per la cara e vecchia Italia dove la burocrazia ed i diversi livelli decisionali su di uno stesso tema incarnano forse il peggior male nazionale, dopo l'eccessiva pressione fiscale mai abbattuta con incisività in trent'anni. In Italia affetti da immobilismo lo siamo da anni ma fino a poco tempo fa, prima della grande depressione del XXI secolo, ce la cavavamo grazie a sapidi e geniali talenti individuali e, in rari casi, di sistema. Per questo oggi guardare alla Grecia, dove erano stati i sindacati a rivolgersi al tribunale amministrativo contro l'ordine di chiusura emesso martedì scorso dal premier Antonis Samaras, vuol dire cercare di capire, di studiare per evitare il peggio d'importazione. Ad Atene secondo il Consiglio di Stato la decisione del governo di spegnere il segnale dell'emittente era stata illegale. Si riapre. Ed ecco che nel laboratorio Grecia, il paese di massimo conflitto della crisi economica in Europa, gli scontri si moltiplicano, incrementati dalla stessa recessione: politica vs legge, decisionismo vs burocrazia, aspetti diversi si fronteggiano, in maniera tragica, acuendo le tensioni tra settori vitali e decisivi per una nazione. Come se la politica non fosse più sufficiente a governare i mutamenti, impotente sia essa di natura tecnico di tagli squisitamente politico. Cronaca di un'impotenza annunciata. Possibile. L'annuncio choc della chiusura di Ert e del licenziamento di 2.500 dipendenti era stato dato dal governo l'11 giugno scorso: da quel momento non si è mai fermata la mobilitazione dei lavoratori - che hanno occupato la tv - dei cittadini e dei sindacati. Una protesta crescente che aveva persino portato Samaras a valutare un possibile timido passo indietro. Lunedì, infatti, il premier aveva proposto ai due partiti alleati nella coalizione una riapertura "temporanea" della radiotelevisione. La proposta di Samaras, secondo quanto riferito dalla France Press, sarebbe stata quella di una gestione pro-tempore della televisione da parte di una commissione composta dalle tre forze politiche della maggioranza (destra, socialisti e destra moderata) con il compito di "assumere un certo numero di giornalisti cui affidare il compito di far funzionare di nuovo la televisione pubblica", fino a quando non fosse stata votata una nuova legge per la creazione di una nuova radiotelevisione. Roba superata, anche se, secondo il programma di misure di austerity e tagli, il governo di Atene si è impegnato con i creditori internazionali a licenziare 15mila lavoratori del settore pubblico entro il 2015. È qui c'è forse l'aspetto più tragico della vicenda della televisione ellenica. La politica, piegata ai numeri ed alla tecnica, ma in crisi di consenso si trova incastrata tra due incudini: da un lato il rispetto formale delle leggi impostogli, anche sulle riforme, dall'essere una democrazia avanzata. Dall'altro il calo del consenso popolare, mobilitatosi per riaprirla la tv, non per chiuderla. E tutto questo nella patria di Pericle, antesignano della democrazia in politica: "Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così". Da allora son passati molti anni e stavolta, però, sarebbe meglio non fare come i greci.

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