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Fondi del Viminale, arrestato La Motta

AccusePer i pm di Roma l’ex prefetto, già a capo del Fondo per gli edifici di culto avrebbe investito in Svizzera 10 milioni sottraendoli alle casse del Ministero

Dieci milioni di euro in Svizzera. Soldi presi dalle casse del ministero dell’Interno e che sono stati trasferiti all’estero per investimenti. Un movimento bancario che ha portato dietro le sbarre l’ex prefetto Francesco La Motta, ora in pensione, con le accuse di corruzione e peculato. Per questa presunta operazione illecita, sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare anche l’ex banchiere Klaus Beherend, il finanziere Eduardo Tartaglia, cugino dell’ex prefetto, e Rocco Zullino, che fa il broker a Lugano. Napoletano, 64 anni, La Motta è stato il numero uno del Fondo edifici di culto (Fec) e avrebbe affidato proprio a Zullino il denaro del Viminale. Le indagini sono partite da un’inchiesta della procura di Napoli sul riciclaggio e sugli affari del clan Polverino. Dagli accertamenti sarebbero venuti alla luce elementi relativi ai soldi sottratti da La Motta, per questo gli atti sono stati trasferiti a Roma e collegati alla denuncia sull’ammanco presentata tempo fa dai responsabili del Fondo per gli edifici di culto. Gli investigatori, durante l’inchiesta, hanno perquisito su disposizione del pm romano Paolo Ielo, l’appartamento e l’ufficio dell’Aisi dove l’ex prefetto continua ad avere un incarico di consulenza. Gli inquirenti non escludono che l’arrestato abbia affidato a Zullino l’investimento in Svizzera. A sua volta, Zullino si sarebbe affidato a Tartaglia. Il banchiere Beherend, anche lui in pensione dal 2009, avrebbe preparato il piano di investimento. «Il ministero dell’Interno è parte lesa dei crimini e responsabilità che vengono addebitate a La Motta e si augura che la magistratura vada fino in fondo», ha commentato il ministro Angelino Alfano. Il gip, nell’ordinanza di 25 pagine, spiega che si tratta di un fatto di «eccezionale gravità e una indicibile beffa per i cittadini che in un’epoca di necessaria austerità, debbono apprendere dai giornali che soldi pubblici gestiti da un ministero, quello dell’Interno, che opera per la sicurezza pubblica erano andati a confluire su un conto, poi svuotato, per effettuare trasferimenti a favore della Silgocom, società svizzera a cui erano pervenuti anche soldi provenienti dalla criminalità organizzata». Non solo: «Motta, quale prefetto, avrebbe asservito la funzione pubblica a interessi privati», ha messo nero su bianco il giudice, sostenendo che il rischio è che tutti gli indagati «commettano ancora gravi delitti» anche perché appare «notevole e significativa la pericolosità sociale». La Motta, per gli investigatori, aveva «aderenze con appartenenti ad apparati dello stato».

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