Il centrodestra ha perso dappertutto. I numeri d'altronde sono numeri, e non si possono contestare. E specialmente Roma ha visto consumarsi una sconfitta particolarmente bruciante. Gianni Alemanno era l'emblema di una città che aveva scelto il cambiamento, la discontinuità. Ignazio Marino incarna ora la routine, fuori apparato, del centrosinistra. Per il Pd un successo a metà. Per il Pdl l'obbligo di riavviare, non solo nella capitale ma nell'intero Paese, il progetto politico da un'umiliazione. È comprensibile che Enrico Letta consideri queste amministrative un trionfo della sua formula. Ma andiamoci cauti. Di fatto si tratta di una vittoria di Pirro. Se c'è una tentazione, da cui egli deve guardarsi, è la perdita di equilibrio programmatico. Il centrodestra, infatti, non è meno forte di prima a livello parlamentare. Dunque, per il Governo intendere in senso autonomista l'agenda delle cose da fare sarebbe veramente una scelta delirante, in grado di abbreviare prontamente la Legislatura. Comunque, queste elezioni non segnano la fine, e neanche una vera sconfitta, del centrodestra. Anzi, in una democrazia come la nostra, nella quale regna un bipolarismo cavernoso, il centrosinistra ha conseguito un trionfo virtuale. Il risultato certifica semplicemente due cose. Da un lato che gli elettori moderati non cambiano mai casacca. E dall'altro che la maggioranza silenziosa va a votare e vince unicamente quando Silvio Berlusconi la trascina dalla pancia verso le cabine elettorali. Attenzione, dunque, perché il Cav non è un giovanotto e potrebbe sentire il richiamo del voto, infischiandosene di ineleggibilità e processi. Naturalmente la sua leadership carismatica è a tempo. A sancirlo è l'anagrafe, disgraziatamente. Ciò costituisce un importante dato di partenza su cui meditare nel ricostruire solidamente l'area moderata. Gli elettori di questa parte sono dinamici, liberali e riformatori, intimamente ostili alla sinistra. Tanto alternativi da preferire il non voto, la non partecipazione e l'astensione in massa a scegliere i sindaci altrui. L'elettorato di centrosinistra, invece, per mentalità conservatore e disciplinato, dà consenso, tuttavia non uscendo mai dal recinto. Questo decreta che per il centrodestra è opportuno mantenere vivo quanto serve lo schema impersonato dal governo Letta, lasciandolo lavorare sulle riforme istituzionali, spendendo nel frattempo tutte le proprie energie per rianimare il territorio e spingere la propria gente a uscire dal privato, tornando di nuovo a credere in un programma che porti a votare i candidati. È fin troppo chiaro che stiamo vivendo un momento storico nel quale è urgente agire sull'identità culturale della destra, dando subito senso di appartenenza collettiva a uno spazio politico che risponde a una visione della vita, restata, per troppi anni, latente, orfana, senza consapevolezza e sganciata dal suo passato. Rafforzare questi contenuti pratici significa saper individuare e trasmettere pubblicamente quali siano gli ideali costitutivi del cittadino normale, giacché, con la Lega a pezzi e Grillo in dissoluzione, la tradizione liberale, quella socialista riformista e quella cattolica sono ormai un fronte unico anti progressista che ha una sua specifica potenzialità. Un blocco sociale che ha il suo punto debole nel non aver mai investito sul fattore identificativo che genera una distinta cultura comune, lasciando alla sinistra l'egemonia "della repubblica delle idee", contentandosi di un humus inespresso oggi in grado solo di non far votare e accrescere l'astensione. Chiamiamo le cose con il loro nome. In Italia c'è una grande destra democratica, originale e migliore di quella degli altri paesi europei, la quale ha paura di far valere contro la sinistra le proprie convinzioni per un misterioso complesso d'inferiorità intellettuale e culturale. È possibile, invece, difendere la centralità della persona, la libertà familiare, sostenendo con argomenti incisivi l'idea che il popolo è sovrano più delle logiche legaliste ed euro bancarie. Perché ciò significa offrire il senso di quanto ha dato costantemente vita e grandezza nazionale al Paese. Quando, a ogni buon conto, il centrodestra riuscirà a comunicare bene agli elettori i valori in cui crede, l'astensione si trasformerà, di fatto, in vincente consenso e il centrosinistra tornerà minoranza anche senza perdere neppure un voto.
La destra smetta di aver paura
di Benedetto - Il centrodestra ha perso dappertutto. I numeri d'altronde sono numeri, e non si possono contestare. E specialmente Roma ha visto consumarsi una sconfitta particolarmente bruciante....