La resa dei conti, a questo punto, è inevitabile. E, sotto un certo punto di vista, auspicabile. La sconfitta record nella Capitale è infatti solo l’ennesima conferma di un partito e di tutta un’area che va dal centro alla destra, in crisi. Non a caso i commenti degli esponenti del Pdl innanzitutto e degli esponenti del centrodestra in generale, si contano sulle dita di una mano. Timidi i tentativi di attribuire a un risultato così negativo il dato, pure drammatico, dell’astensionismo. Negli ultimi due anni infatti il Pdl ha sbagliato tutto. Almeno su Roma e sul Lazio. Una caduta libera cominciata con la mancata presentazione della lista di Roma e provincia per le regionali del 2010. In quel caso la "colpa" si attribuì a un panino. Poi il «miracolo Berlusconi» e la vittoria alla Regione Lazio di Renata Polverini. Due anni appena di governo, in una situazione straordinaria di avere la maggioranza sia alla Pisana sia al Campidoglio, poi il «caso Fiorito», la mancata gestione dei veleni incrociati tra le correnti ha portato alle inevitabili dimissioni. Fallito anche il tentativo di ripartire con i congressi locali, per i quali però è stato effettuato regolare tesseramento. E ancora gli ultimi dodici mesi a mettere in dubbio la ricandidatura di Alemanno al Campidoglio, con le primarie indette e poi annullate. Breve storia di un partito in crisi, che ha vissuto una scissione territoriale importante, come quella di Fratelli d’Italia, con segnali forti e chiari arrivati dall’alto e dal basso senza che accadesse mai nulla. Una cronaca sulla quale riflettere per ripartire, come qualcuno - nell’anonimato - suggerisce. A dirlo non è soltanto il dato, eclatante, della sconfitta di Alemanno sindaco ma anche il record, un altro, che si è toccato nei 15 parlamentini locali. Il centrosinistra ha vinto in tutti i Municipi. Non era mai accaduto, neanche nel 2006 quando Veltroni schiacciò lo stesso Alemanno più o meno con le percentuali di oggi. Questo è un dato di partito. Nessuno dei nove presidenti uscenti è riuscito a riconfermarsi, neanche nella roccaforte storica del centrodestra. Un centrodestra che, a questo punto, ha una grande chance, quello di ripartire e di rifarlo con due segnali immediati: indire i congressi del Pdl, romano, provinciale e regionale e dialogare con gli altri partiti della coalizione, ovvero La Destra, Fratelli d’Italia e quella parte del centro rappresentato in Aula Giulio Cesare dai due consiglieri eletti nella lista civica Alemanno. Il silenzio degli esponenti del centrodestra tuttavia non lascia sperare, a parte i commenti di Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri, Annagrazia Calabria per il Pdl e di Giorgia Meloni per Fdi, l’unico a parlare a livello più locale, e diretto, è stato il coordinatore romano del Pdl, Gianni Sammarco: «La maggioranza dei romani ha preferito non scegliere consegnando a Marino un mandato dimezzato. Sarà molto importante analizzare i perché di questa scelta, i motivi della loro disaffezione ed essere capaci di riconquistarli. Certamente questa percentuale di astenuti ha pesato non poco anche perché Gianni Alemanno ha praticamente confermato il risultato del primo turno. Ripartiremo da queste riflessioni». Ripartire certo ma senza un azzeramento diventa difficile, o quanto meno poco credibile. Se in pochi, pochissimi parlano ufficialmente, in molti chiedono quella che sembra ora l’unica via possibile per ricominciare sul serio: il commissariamento del partito. Azzerare le cariche, avviare un confronto serio e riconsegnare alla base, demotivata a tal punto da disertare le urne, il diritto di scegliere i propri dirigenti. Solo cosi si possono gettare le basi per la costruzione di un partito prima e di una coalizione poi in grado di rappresentare il proprio elettorato a prescindere del leader carismatico. Senza questo, la prospettiva di un governo di alternanza nella Capitale resterebbe inconsistente. E probabilmente non solo nella Capitale. Ben venga dunque la resa dei conti, rinviata per anni, purché avvenga alla luce del sole. Militanti e simpatizzanti sono stati umiliati prima con i mancati congressi, poi con le mancate primarie. Partecipare solo al voto non interessa più. Quasi nessuno.
Resa dei conti nel Pdl «Commissariamento»
Agonia Dal 2010 il partito ignora i segnali di malessere Allora la colpa fu data a un panino, oggi all’astensionismo
