Politica

Il Pdl perde tutte le sfide Il Cav: rinnovare il partito

Una struttura leggera sul modello americano Parte il processo ai candidati «perdenti»

Un cappotto. Previsto ma non in queste dimensioni. Il centrodestra ha perso tutti e 11 i capoluoghi dove si è andati al ballottaggio, non è riuscito a confermare nessun sindaco uscente e ha sbattuto duramente la faccia contro la realtà che vede il Pdl vincente solo alle politiche. Quando in campo c’è Berlusconi. Complessivamente è stato un 16 a zero se si considerano anche le vittorie al primo turno. Crolla anche la Lega che per la prima volta dopo 20 anni ha ceduto Treviso al centrosinistra: il sindaco «sceriffo» Giancarlo Gentilini è finito ampiamente sotto il suo sfidante, Giovanni Manildo. Ma è tutto il nord dell’Italia che ha cambiato colore politico tra il primo e il secondo turno, visto che anche Brescia, dove il candidato del Pdl sembrava dovesse spuntarla, alla fine ha dovuto cedere al suo avversario. Pesante anche la sconfitta a Imperia, città in cui l’ex ministro Claudio Scajola era abituato a dominare e dove invece il suo candidato non è andato oltre un misero 24 per cento. Sconfitta «storica» anche a Viterbo, da ben 21 anni amministrata dal centrodestra, e, tra i centri più piccoli a Sabaudia, dove il Pdl ha dovuto cedere addirittura a una coalizione guidata dal candidato di Fratelli d’Italia. Ma quello che brucia di più, anche se messo ampiamente in conto dal Cavaliere, è la sconfitta a Roma. Perché per la prima volta la capitale e Milano sono finite, insieme, in mano al centrosinistra. Una debacle che comunque Berlusconi non vuole vada a interferire con il cammino del governo. Piuttosto il Cav vuole accelerare il restyling del partito, trasformandolo in una struttura leggera, con una classe dirigente nuova sul territorio. Perché il voto delle amministrative ha dimostrato proprio questo, che il Pdl perde quando si tratta di mettere in campo candidati che devono amministrare città e Regioni. E proprio per questo il Cavaliere è convinto che il voto di questi ballottaggi influisca poco sulla forza del centrodestra a livello politico, dove la sua presenza può comunque garantire un recupero di consensi. Berlusconi è invece preoccupato dal dato dell’astensionismo: una disaffezione così alta alla politica, è il ragionamento, è un problema per tutti i partiti politici. Dunque, bisogna trovare nuove forme di partecipazione per coinvolgere i cittadini. Daniela Santanché non gira intorno al problema e mette duramente sotto accusa il partito stesso. «Non siamo stati in grado di avere una classe dirigente convincente – spiega – abbiamo avuto candidati dei sindaci uscenti che poi abbiamo scoperto che non sono stati apprezzati dai cittadini, quindi dobbiamo fare delle riflessioni al nostro interno e capire cosa non funziona. Noi siamo viziati perché i voti per noi li prende Berlusconi e allora dobbiamo capire cosa dobbiamo cambiare al nostro interno, anche se le amministrative sono sempre andate così per il Pdl, a meno che non ci sia il traino delle politiche. Questa volta non è colpa di Berlusconi se non abbiamo vinto ma più del partito e dei suoi dirigenti». Un’analisi che condivide anche Giancarlo Galan: «L'autocritica è necessaria e costruttiva se fatta in modo serio e realistico, per cambiare. Ecco questa è la parola chiave, cambiamento». «Non è solo un fattore generazionale, bensì di logiche usate nel nostro partito che si riflettono anche, e non solo, nella scelta dei candidati. L'unico dato inconfutabile ad oggi è che senza Berlusconi non si prendono voti. Il Presidente riesce ad interpretare il nostro elettorato, riesce a dialogarci e, soprattutto, esprime ed incarna ciò che la nostra gente ci chiede. Dobbiamo tornare a fare la politica che sappiamo fare e per la quale siamo scesi in campo, che non è quella attuale».

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