Politica

L’incidente di Scalfari sul Colle

di Francesco Damato - Delle due, l’una. O Eugenio Scalfari ha raccontato una balla domenica 2 giugno ai lettori della sua Repubblica, quella di carta, annunciando di avere appena raccolto dal capo...

Delle due, l’una. O Eugenio Scalfari ha raccontato una balla domenica 2 giugno ai lettori della sua Repubblica, quella di carta, annunciando di avere appena raccolto dal capo dello Stato, in una intervista destinata alla diffusione dopo una settimana, un no grande come una casa al presidenzialismo. O la sua volontà di strumentalizzare parole e pensiero di Giorgio Napolitano nel percorso politico delle riforme istituzionali appena avviato dalla maggioranza delle larghe intese ha talmente indignato il Quirinale da imporgli e ottenere un taglio della registrazione del lungo incontro. Nei 62 minuti e 28 secondi esatti dell’intervista televisiva ascoltata ieri dal pubblico radunato a Firenze dal giornale scalfariano non si è infatti udita domanda né risposta, non una parola, non un’allusione al tema del presidenzialismo. O della versione francese del semipresidenzialismo, che il centrodestra sostiene da sempre e al quale hanno ultimamente aperto, in vista delle riforme istituzionali avviate, esponenti autorevoli del Pd come il fondatore Walter Veltroni, il segretario balneare Guglielmo Epifani, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi e il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Che è candidato nei giorni pari a Palazzo Chigi, quando lascerà Enrico Letta, e in quelli dispari alla guida del partito, se l’attuale governo dovesse durare più delle attese del giovane scalatore. Poco importa, a questo punto, se tacendo davvero o facendo tagliare parole che potevano prestarsi all’uso distorto intravisto nelle anticipazioni imprudentemente fatte da Scalfari una settimana prima, Napolitano ha voluto a suo modo ribadire e tutelare la "neutralità" responsabilmente propostasi sul tema del presidenzialismo quando ne ha visto riemergere l’attualità, peraltro in una prospettiva molto più concreta, o meno difficile, che in altre occasioni. Una neutralità che il capo dello Stato aveva dovuto già difendere mercoledì scorso dalla violazione maldestramente tentata dal giornale del Pd L’Unità. Cui egli aveva scritto protestando contro l’antipresidenzialismo appena attribuitogli con un vistoso titolo di prima pagina in base a passaggi neppure molto espliciti di un discorso pronunciato nel 2008, in ben altro contesto politico, per celebrare i 60 anni della Costituzione repubblicana. Quella di tirare la giacca al capo dello Stato, di strattonarlo nella lotta politica, di arruolarlo d’ufficio nelle più svariate campagne politiche contro l'avversario o l’obbiettivo di turno, è una vecchia pratica sperimentata come vittima da Giorgio Napolitano. Questa volta però deve avergli procurato più fastidio del solito. Sino a farlo sbottare pubblicamente e ad infliggere qualcosa che somiglia francamente ad una umiliazione professionale anche ad un amico di vecchia data, e quasi coetaneo, come Scalfari. Che deve ammettere però di avere in questo frangente esagerato davvero, spendendo anzitempo, e fuori luogo, concetti e umori del suo autorevole interlocutore. E ignorandone o sottovalutandone ruolo e responsabilità istituzionali. Altro non si può francamente dire rileggendo la parte conclusiva dell’editoriale del fondatore de La Repubblica comparso domenica 2 giugno. "Aggiungo - scriveva testualmente Scalfari - che Napolitano è contrario al presidenzialismo in un Paese come il nostro. E spiega perché". E ancora: "Ieri in una intervista con l’Unità anche Stefano Rodotà ha manifestato analoga opinione. Rodotà come Napolitano e modestamente anch’io. Faccio a meno di dire il perché, visto che Rodotà lo ha già ampiamente spiegato e il capo dello Stato lo spiegherà a Firenze tra una settimana, alla festa del nostro giornale". Una festa quanto meno guastata ad un pubblico che si aspettava ciò che gli era stato promesso e semplicemente non ha trovato. In compenso ha potuto ascoltare un Napolitano ben deciso a stimolare le riforme e "sbalordito" dalla "preoccupazione" serpeggiante a sinistra e a destra che questo governo di Enrico Letta, da lui così fortemente voluto dopo la propria rielezione prodotta dalla "impotenza" delle Camere, possa "durare troppo o per sempre". Peccato che la telecamera, mentre il presidente diceva queste cose, non inquadrasse Scalfari. Che ora deve accontentarsi della compagnia dei soliti Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Rosy Bindi e Nichi Vendola, e delle parolacce di Beppe Grillo, per continuare a battersi contro la "para-monarchia", come scriveva ancora ieri, del presidenzialismo. O a dare la linea alla sinistra ormai più retriva del mondo.

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