Politica

Il nodo della famiglia per Roma

Mentre il ballottaggio per il Campidoglio sta andando verso il rendez-vous finale, il vero incubo è l’astensione. D’altronde, è risaputo che il disimpegno costituisce la vera grande incognita che...

Mentre il ballottaggio per il Campidoglio sta andando verso il rendez-vous finale, il vero incubo è l’astensione. D’altronde, è risaputo che il disimpegno costituisce la vera grande incognita che aleggia in questo periodo. E dal confronto televisivo di qualche giorno fa tra i due candidati sindaci è emerso un fattore cruciale più considerevole del parallelo tra destra e sinistra, più importante dell’alternativa tra due profili personali evidentemente opposti. La partita è tra due diverse visioni della città che riguardano non solo l’Urbe ma la vera partita generale sull’idea d’Italia che il Paese vuole dare a se stesso nei prossimi cinque anni. Da un lato Ignazio Marino, che richiama la continuità interrotta di un’amministrazione di centrosinistra che ha fallito sulla via della multiculturalità, della secolarizzazione e della convinzione che si può tutto solo con la forza delle parole. Dall’altro la concretezza dei problemi, la competenza dei numeri a favore di quello che realmente riesamina la metropoli più antica e più complessa d’Europa, ben gestita e guidata da Gianni Alemanno con il suo mandato. Non a caso, nella dirittura d’arrivo, al centro della campagna elettorale sono stati i valori cattolici, la loro pregnanza, la loro verità, quello cioè che va ben oltre qualsiasi retorica e rievocazione simbolica. Anche guardati in questa luce, gli ultimi quindici giorni sono stati fondamentali. Il sindaco in carica ha chiosato asserendo che «vi è un vento diverso, e che è possibile vincere davvero». Mentre con tono un po’ melenso Marino ha celebrato «l’uscita dalla città dalla palude». Il giudizio adesso è affidato ai sovrani elettori. Ricordiamoci, però, che Roma non è soltanto la capitale di uno Stato, ma anche il centro di una cultura, una complessa sinergia tra antico e moderno che deve riscoprire nei prossimi anni il valore d’identità territoriale e di ruolo cruciale che nel Mediterraneo e nel mondo significa l’Europa, come virtù e come simbolo di rinascita. In ciò, oltre gli slogan, è a tutti chiaro che Alemanno ha meglio compreso e meglio sa interpretare il senso ultimo della posta in gioco. Nei tanti passaggi chiave del confronto diretto il contrasto è giunto al nodo specifico dei valori che precisamente si vogliono vedere realizzati e resi concreti nella vita capitolina: la cristianità. Il riferimento è ai valori laici della tradizione che l’immagine della città deve avere davanti agli sguardi attenti di tutto il mondo, di chi auspicabilmente continua e continuerà a venire nel cuore nel suolo dell’Impero per vedere le grandezze del passato ma anche la forza futura di una civiltà. Alemanno, con la sua sicura e, diciamolo pure, coraggiosa difesa della famiglia naturale rispetto alla facile relativizzazione etica di quella che la Chiesa definisce "comunità per eccellenza", è stato veramente chiaro, positivo. È necessario ricominciare, d’altronde, proprio dai principi granitici dell’Occidente per ritrovare cosa siamo come nazione, di là delle facili ironie e degli spregiudicati diktat propagandistici della sinistra. E la migliore risposta che oggi concretamente i romani hanno nelle proprie mani è esattamente il poter scegliere, scegliere chiaramente, scegliere con convinzione la realtà, contro qualsiasi fumosa ripresa sibillina del veltronismo che in modo fallimentare e redivivo personifica Marino. D’altronde, papa Francesco, ancora cardinale di Buenos Aires, a ottobre del 2010 l’ha detto con chiarezza: «Cittadino è qualcuno che è convocato e obbligato a contribuire al bene comune, e per ciò stesso fa politica e la fa consapevolmente a sostegno dei valori». Un’esortazione che suona inequivocabilmente come un’indicazione di voto a favore dell’opzione umana, dei valori spirituali. Una preferenza per Alemanno che Bergoglio stesso direbbe che è il popolo non le idee a raccomandarla.

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