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Trattativa Stato-mafia. Mori smentisce e accusa

PALERMO «Un composito movimento di opinione sostiene insistenti ipotesi e teorie suggestive», «un portato assiomatico»: è la tesi esposta dal generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei...

PALERMO «Un composito movimento di opinione sostiene insistenti ipotesi e teorie suggestive», «un portato assiomatico»: è la tesi esposta dal generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, in un’autodifesa di 165 pagine che ha cominciato a leggere ieri mattina davanti al Tribunale di Palermo come «dichiarazioni spontanee» nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra assieme al colonnello Mauro Obibu in relazione alla mancata cattura del boss corleone Bernardo Provenzano. Mori ha citato come sostenitori di queste "teorie" diversi esponenti politici, e tra questi Sonia Alfano, Beppe Lumia, Antonio Di Pietro, Angela Napoli, Fabio Granata, Luigi Li Gotti, Leoluca Orlando, Rosario Crocetta. L’imputato ha nominato anche l’avvocato Repici, il consulenti informatico Gioacchino Genchi, il giornalista Marco Travaglio, il movimento delle Agende rosse, le associazioni Antimafia 2000 e Libera. Mori ha attaccato il colonnello Michele Riccio, l’ufficiale che lo ha accusato della mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995, e ha critica il pm Nino Di Matteo, ricordando che aveva inizialmente chiesto l’archiviazione del procedimento contro di lui per poi invece accusarlo di aver tradito il giuramento di fedeltà allo Stato. Le accuse del colonnello Riccio contro l’attuale procuratore generale di Catania, Giovanni Tinebra, ha ricordato Mori al Tribunale, sono state archiviate dal gip Antonio Ferrara che le ha definite «farneticanti». Ha spiegato Mori: «Il mio intento, nell’autorizzare prima i tentativi del capitano Giuseppe De Donno, e poi nell’incontrare personalmente l’ex sindaco di Palermo, in quel drammatico periodo segnato dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, era quello di acquisire il maggior numero di elementi informativi possibili su Cosa nostra, rivolgendomi non ai soliti confidenti da quattro soldi. Il Ros non cercò sostegno politico per i contatti che aveva intrapreso con Vito Ciancimino». Mori rievoca anche l’incontro che l’allora capitano Giuseppe De Donno, stretto collaboratore di Mori, ebbe con Liliana Ferraro, direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, la quale ne informò poi Martelli. Stando al generale, il ministro «riteneva che l’ufficiale cercasse un contatto e un sostegno a fini politici, in particolare per ottenere che il Ros non perdesse capacità operativa a scapito della Dia che, secondo lui, doveva avere l’esclusiva titolarità delle indagini sulle organizzazioni di tipo mafioso, anche se ciò contraddiceva il dettato normativo».

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