Politica

Paure trasversali a sinistra

di Benedetto IppolitoQuesta settimana rappresenta sicuramente un passaggio importante nel cammino delle riforme. L'incontro avvenuto tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e il presidente della

Questa settimana rappresenta sicuramente un passaggio importante nel cammino delle riforme. L'incontro avvenuto tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano due giorni fa aveva l'obiettivo di garantire l'avanzata del processo che dovrebbe portare in un anno e mezzo alle tanto auspicate riforme istituzionali, magari senza affrontare subito la questione della forma di Governo. È logico, però, che il vero nodo sia costituito dal sì o no al presidenzialismo. Come nel caso del dibattito sulla legge elettorale esistono spaccature trasversali che non sono simmetriche. Il centrodestra, in generale, è favorevole a forme più o meno estese di elezione diretta del presidente. Nell'articolato mondo del centrosinistra, invece, Romano Prodi si è detto favorevole, mentre la base del Pd è piuttosto scettica. Si capisce perché. Un personaggio come Massimo D'Alema potrebbe giungere al Quirinale molto più facilmente con un patto interno al Pd e Matteo Renzi piuttosto che con un bagno di folla. A costituire un dato politico importante su cui ragionare non sono comunque le singole posizioni ma la cultura politica dei protagonisti. Guglielmo Epifani ha espresso in modo molto chiaro e trasparente la mentalità del Pd, condannando, alla presentazione del libro di Walter Veltroni, i cosiddetti "partiti personali". Vale la pena soppesare con cura le sue parole: "Tolto il Pd, in Italia tutti i partiti sono personali. E i partiti personali sono per definizione antidemocratici, perché rispondono al capo, vivono del leader e muoiono con il leader. E' questa la grande mancanza di una destra europea che abbiamo in Italia". Ragionamenti simili, purtroppo, non sono una novità a sinistra. E spiegano in modo eloquente perché si guardi come fumo negli occhi a qualsiasi ipotesi di presidenzialismo o di semipresidenzialismo. Si valuta negativamente il vero e unico valore fondamentale delle democrazie liberali che non è costituito dai partiti, ma dal consenso popolare. In realtà, invece, è il disimpegno elettorale dei cittadini e la presenza di partiti dominati dalla paura e dal pregiudizio sul responso delle urne la minaccia maggiore di una democrazia. Dopo la fine delle ideologie, in tutti i paesi occidentali, partendo dagli Stati Uniti, la politica è possibile soltanto grazie a leadership rilevanti, in grado di raccogliere il favore maggioritario della gente. In Italia, però, questo non riesce perché la nostra Costituzione ha una matrice iper parlamentare finalizzata a comprimere nella rappresentanza dei partiti la spinta partecipativa che viene dalla gente, dall'opinione pubblica, dalla credibilità che un personaggio deve guadagnarsi sul campo. Diciamo la verità. La maggioranza dei politici, che sono in giro nei partiti, specialmente nel PD, non avrebbe nessuna possibilità di prendere neanche un voto in caso di elezione diretta del presidente. E la ragione è che il potere ce l'hanno non perché hanno consenso, ma perché fanno accordini tra di loro. A Epifani bisognerebbe ricordare che forse è il suo partito e la sua cultura politica ad avere qualche problema con la democrazia. Un sistema autenticamente democratico presuppone che la società sia "un tutto" che esprime e seleziona col voto popolare chi, per un certo tempo, deve rappresentarla. Pensare che invece sia una singola organizzazione di partito, che si divide su tutto, titolare della legittimità democratica, solo grazie al fatto che non ha una leadership chiara e non rappresenta bene neanche i propri elettori, è a dir poco sconcertante. Tutte le riforme di cui l'Italia ha bisogno si riassumono nella scelta della forma di Governo non per un capriccio del centrodestra, ma perché il nostro problema nazionale è che la Costituzione attuale non permette all'unico e vero sovrano, il popolo, di scegliersi da solo chi deve governarlo. E partiti resteranno dei mezzi inadeguati se non assumeranno come obiettivo far eleggere direttamente dai cittadini il capo dello Stato. A Epifani sfugge che ormai sono cambiati i partiti, è cambiato il sindacato, è cambiato veramente tutto. Adesso l'opinione pubblica ha suoi canali di comunicazione che non consentono più la gestione oligarchica del consenso. Il consiglio al Pd, dunque, è di accettare il presidenzialismo, e lavorare a conquistarsi il cuore dei cittadini, non scappando per paura dalla gente inseguendo spauracchi, utilizzando espressioni, queste sì, profondamente antidemocratiche.

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