Politica

Epifani prende tempo su tutto

Il segretario non indica la data del congresso Pd e frena sulle riforme: «Fermiamoci un attimo». Poi presenta la sua squadra con molte novità

Ormai è diventato un appuntamento fisso. Se prima Matteo Renzi evitava con chirurgica precisione la Direzione del Pd, da un po’ di tempo vi partecipa con regolarità. Lo ha fatto anche ieri. Il sindaco di Firenze è arrivato a Roma direttamente da Vienna dove si trovava per partecipare al «Business of luxury summit» organizzato dal Financial Times . E prima di entrare nella sede del Pd è stato circondato da telecamere e taccuini. Cui ha offerto la solita risposta enigmatica: «Con tutti i problemi che ha il Paese, una mia candidatura alla segretaria del Pd non mi sembra sia una questione prioritaria». Quindi? Si candida o no? Forse. Al momento è la tattica a dettare le mosse dei protagonisti. Dopotutto il percorso indicato dal segretario Guglielmo Epifani sarà tutt’altro che rapido. «Il congresso - spiega nella sua relazione introduttiva - va tenuto nei tempi previsti, comunque entro l’anno. Non c’è un motivo per rinviarlo. Va però preparato bene e dal basso». Ci sarà quindi una commissione che lavorerà sulle «modalità, le regole ed i conseguenti, eventuali, cambiamenti allo Statuto, da sottoporre poi alla Commissione Statuto e all’Assemblea nazionale». Quattro, per Epifani, i punti da affrontare: «separare il ruolo del segretario da quello del capo della coalizione»; «prevedere organismi più snelli»; «definire criteri e platea per le primarie per il segretario nazionale». Ma, soprattutto, per l’ex numero uno della Cgil, è «opportuno partire con i congressi di base, avviando la discussione e il confronto sulla base di un documento costruito su temi essenziali ed eleggendo i segretari territoriali». Insomma, c’è tempo per arrivare allo scontro finale. Quello che potrebbe interessare Renzi. L’obiettivo è chiaro. Epifani non vuole che il partito si laceri in discussioni e polemiche interne durante l’estate. Soprattutto ora che la crisi sembra allontanarsi. «Per noi e per il Paese - sottolinea - sarebbe stato giusto e utile votare nella tarda primavera dello scorso anno, dopo la prima terapia del governo Monti e prima del suo epilogo, fino alla stagione in cui siamo rimasti soli a sostenerlo. Anche questo ha pesato sul risultato elettorale ed ha liberato Berlusconi ed il centrodestra dalle proprie responsabilità». Ora però, posto che le larghe intese erano inevitabili, «il sostegno a Enrico Letta e al governo è pieno e leale». Certo, aggiunge, «dobbiamo fare i conti dal punto di vista politico con le posizioni di Silvio Berlusconi». Ma il Pd, anche se è pronto a tutto qualora «dovesse prevalere negli altri la decisione di far saltare il tavolo», non molla: «C’è bisogno di responsabilità verso il Paese e verso coloro che si trovano sul fronte della crisi. Si deve portare a termine il processo delle riforme». A maggior ragione che il partito è reduce dal risultato elettorale delle amministrative. «Siamo andati al di là delle previsioni - prosegue -. Si percepisce un cambiamento di clima tra i nostri, rafforzato dal nostro ruolo al governo. Dobbiamo esserne consapevoli, ma restando con i piedi per terra e riconoscendo che abbiamo tante prove ancora da superare». Per questo, per il segretario, oltre a rallentare il percorso congressuale, bisogna andare cauti anche lungo sul «cammino istituzionale». I «due anni» indicati da Letta e Giorgio Napolitano vanno bene, ma il segretario esorta i suoi: «Fermiamoci un attimo, senza cadere in una spirale che non ci porterebbe a fare le riforme o a non farle al meglio. Se ne deve discutere seriamente nelle sedi competenti, con gli argomenti giusti, con i tempi giusti e nell’ordine giusto. Non diventiamo tifosi. Al primo posto, il superamento del bicameralismo. Al secondo la riforma del Titolo V della Costituzione, nella difesa del ruolo delle Regioni. Al terzo, la forma governo e la legge elettorale». «La sede delle discussioni è il Parlamento - insiste -. La commissione dei saggi approfondisce e fornisce spunti di riflessione. Noi ne discuteremo in un seminario, nella Direzione, e poi con il coinvolgimento degli iscritti. Governo e presidente della Repubblica devono essere lasciati fuori dalla mischia. Bisogna valutare con attenzione le scelte e alternative, non piantare muri: delle due ipotesi, una è più naturale e semplice, l’altra è più innovativa e complessa, ma entrambe sono democratiche, se risolte in un contesto di pesi e di equilibri». Insomma, il presidenzialismo non è un tabù. Così come è «ineludibile» la riforma del finanziamento pubblico ai partiti. Anche se Epifani rassicura i dipendenti del partito ed è pronto a convocare un «tavolo di confronto per affrontare questa fase, nella responsabilità di tutti». Il finale è tutto per la nuova squadra con cui il segretario gestirà il partito nei prossimi mesi. Tre conferme (Roberta Agostini, Cecilia Carmassi e Davide Zoggia), il segretario nazionale dei giovani democratici Fausto Raciti, il coordinatore della conferenza dei segretari regionali Enzo Amendola, le governatrici Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia) e Katiuscia Marini (Umbria) e molti volti nuovi: Matteo Colaninno, Alfredo D’Attorre, Antonio Funiciello, Luca Lotti, Andrea Manciulli, Alessia Mosca, Pina Picierno e Simone Valiante. Le deleghe non sono ancora state assegnate. Il «renziano» Lotti dovrebbe comunque ottenere gli Enti Locali. Ma poco importa, Matteo ora ha un suo uomo di fiducia in segreteria.

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