Politica

La ribellione turca all’Islam

di Gennaro Malgieri...

di Gennaro Malgieri Dalle "primavere arabe" alla "primavera turca"? È possibile. Anzi, probabile. Le accese proteste popolari e le violente reazioni delle forze dell'ordine a Istanbul, poi propagatesi ad Ankara e in altre città, fanno presagire disordini alimentati dalla dissennata contrapposizione delle autorità turche ai dimostranti che avevano pacificamente manifestato il loro dissenso in merito allo smantellamento di Gezi Park, polmone verde della città sul Bosforo, i cui seicento alberi dovrebbero essere abbattuti per far posto alla ristrutturazione delle vecchie caserme ottomane, a una moschea con i più alti minareti del mondo e a un gigantesco centro commerciale. Il tutto nei pressi del centrale e suggestivo quartiere di Taksim. Come per le ribellioni scatenate due anni fa in Nord Africa e nel Medio Oriente da piccoli episodi intorno ai quali crebbe un vero e proprio movimento di rivolta, così in Turchia una mobilitazione apparentemente insignificante di cittadini residenti in prossimità del Parco il 27 maggio ha richiamato, in seguito all'intervento della polizia, una moltitudine di persone, assimilate impropriamente dai media occidentali agli Indignados di Madrid, Londra e New York, decise a fermare i bulldozer in procinto di sradicare gli alberi. Da allora i reparti anti-sommossa non hanno lesinato bastonate e lacrimogeni. Il premier Erdogan, al cui governo si deve lo sconsiderato progetto, ha stigmatizzato le violenze della polizia, ma non ha solidarizzato con i manifestanti i quali, da un episodio circoscritto, stanno allargando la protesta contro l'autoritarismo islamista inneggiando al padre della patria Mustafà Kemal Ataturk che "laicizzò" la Turchia facendone un Paese moderno ed aperto all'Occudente. A Gezi Park, insomma, sono state poste le premesse di una contestazione al potere islamista approfittando di un puntiglio delle autorità le quali non si sono rese conto che il progetto urbanistico non soltanto contrasta con la sensibilità dei cittadini che avversano la cementificazione di Istanbul e vorrebbero l'identità della loro città più "protetta": punto di vista, questo, che non collima con gli interessi dei sostenitori del regime, perlopiù legati a multinazionali che in Turchia investono massicciamente sul turismo, ai quali Erdogan in cambio dell'appoggio all'islamizzazione "morbida" offre i vantaggi di investimenti che si traducono in scempi culturali e paesaggistici come testimonia il faraonico complesso alberghiero, di incomparabile bruttezza, sorto alla periferia di Istanbul. La previsione di costruire nei prossimi tre anni l'aeroporto più grande del mondo, un terzo ponte che colleghi le sponde europee ed asiatiche, un nuovo canale sul Bisforo, l'abbattimento e successiva costruzione di un terzo delle case della città significa far perdere a Istanbul i suoi connotati. Ecco perché la "deforestazione" del parco di Gezi è il segnale che Istanbul sta per diventare un'altra cosa. Di fatto già non è più quella che era alcuni anni fa. Le meravigliose donne turche che incontravo passeggiando per Taksim da qualche tempo sono come sparite: si vedono moltitudini di ragazze velate e nessun antiquario ti offre più una birra per il timore di essere additato come un poco di buono. Quando Erdogan assunse il potere nel marzo 2003, a seguito della vittoria elettorale nel novembre 2002 del suo partito per la Giustizia e lo Sviluppo di ispirazione islamica, promise che nulla sarebbe cambiato a cominciare dalla laicità dello Stato: il mondo si aprì al tempo nuovo di quel giovane ambizioso e realista. Ataturk poteva dormire il sonno eterno nell'imponente mausoleo sulla collina di Ankara. Tuttavia stonava che la moglie del presidente della Repubblica Gul apparisse velata, che il premio Nobel per la letteratura Oran Pamuk avesse difficoltà a scrivere nel suo Paese e passasse più tempo in Germania, che un'altra scrittrice, Elif Shafak, di seducente bellezza e ammirata per i suoi romanzi, non risparmiasse critiche ai governanti, che i diritti umani non venissero tutelati come ci si attendeva. Migliorerà, si diceva. E invece alle hostess della Turkish è stata imposta una misura più lunga della rossa divisa, oltre al velo naturalmente; è partito il progetto per rendere Santa Sofia luogo di culto musulmano tradendo il mandato di Ataturk che ne fece un museo della complessa identità turca; nei bar e nei ristoranti sul Bosforo un bicchiere di vino è diventato raro. La rivoluzione è forse cominciata a Gezi Park, mentre Taksim brucia. Il destino della Turchia torna a seminare preoccupazioni nel Mediterraneo.

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