Politica

L’ultima provocazione al Colle

di Francesco...

di Francesco Damato Il povero Michele Vietti, vice di Giorgio Napolitano alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, si è guadagnata dalla solita tifoseria giudiziaria la prevedibile e abbondante dose di insulti per avere osato dissentire dal tentativo di chiamare anche il capo dello Stato al processone. Così merita di essere chiamato - per la mole delle indagini che lo hanno proceduto, per le complicazioni istituzionali da esse prodotte, per i dieci imputati di ogni ordine e genere, militare, politico e mafioso, e per la lista di quasi 180 testimoni proposti dall'accusa - il processo di cui si è svolta ieri a Palermo la seconda udienza sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia della stagione stragista di una ventina d'anni fa. Come si è permesso Vietti - gli hanno gridato, per esempio, dalla redazione del Fatto Quotidiano - di interferire con le sue opinioni? E con il suo ruolo anche di presidente della commissione disciplinare del Consiglio Superiore: la stessa dove il capo della Procura di Palermo e un suo sottoposto sono sotto esame per le notizie divulgate l'anno scorso sulle intercettazioni telefoniche nelle quali era "casualmente" incorso pure il capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore, perché a colloquio con Nicola Mancino. Che è uno degli imputati del processone, accusato di falsa testimonianza, da ieri anche con l'aggravante di avere voluto "occultare il reato di attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato", e non solo di avere voluto "assicurare l'impunità" ai responsabili dei fatti verificatisi quando egli era ministro dell'Interno. Il "rispetto" invocato da Vietti per "il ruolo che riveste Napolitano e per la sua storia", in polemica con chi lo vorrebbe coinvolgere nel processone, sia pure come teste, è apparso alla tifoseria giudiziaria uno scandalo, o quasi. Eppure, proprio per rispetto della sua carica e del suo ruolo, la legge impone per una eventuale testimonianza del capo dello Stato la sede del suo ufficio. Ma nella foga delle contumelie e delle critiche a Vietti è sfuggita al suo feroce censore Marco Travaglio un'osservazione tanto sarcastica nelle intenzioni quanto fondata nella sua parossistica realtà. L'osservazione secondo la quale, se mancasse la testimonianza di Napolitano, si allungherebbe l'ombra di "una seduta spiritica" sul processone. Dove, più ancora degli imputati e testimoni vivi, già contano alcuni morti. Sulle cui decisioni e azioni, in ordine alle presunte trattative fra lo Stato e la mafia, si pretende cervelloticamente che Napolitano faccia luce, visto che i defunti non possono parlare. Il primo della lista dei morti, in ordine di vicinanza e di rapporti con il povero Napolitano, è Loris D'Ambrosio, che ne fu il consigliere giuridico, anche lui intercettato al telefono con Mancino prima del crepacuore letale procuratogli dalle polemiche che ne derivarono. Ed era stato all'epoca delle presunte trattative un collaboratore del ministro della Giustizia Giovanni Conso, partecipe della decisione di nominare nel 1993 vice direttore del dipartimento delle carceri il magistrato Francesco di Maggio. Partecipe a tal punto, secondo i sospetti ricavati dagli inquirenti leggendo una missiva dello stesso D'Ambrosio a Napolitano, da avere potuto svolgere inconsapevolmente, da "scriba" di pareri e provvedimenti, un ruolo di copertura di nefaste concessioni ai mafiosi. Di Maggio, il secondo morto della lista, stroncato nel 1996 da una cirrosi epatica ma dimessosi già nel 1994 dall'incarico di vice direttore delle carceri, è sospettato di avere promosso e gestito il mancato rinnovo di trecento e più trattamenti di detenzione dura di mafiosi e affini. Mancato rinnovo, però, di cui l'allora guardasigilli Conso si è assunta la piena responsabilità senza incorrere per questo in alcuna imputazione, forse perché in tal caso il processo spetterebbe al tribunale dei ministri, con le procedure stabilite dall'articolo 96 della Costituzione, cioè "previa autorizzazione" parlamentare. Il terzo morto di questa vicenda è Oscar Luigi Scalfaro, capo dello Stato all'epoca delle presunte trattative, più o meno esplicitamente sospettato di avervi avuto anche lui un ruolo per avere promosso i cambiamenti intervenuti allora ai vertici del dipartimento delle carceri. Vi sarebbe, in verità, pure un quarto morto: l'allora capo informatissimo e potente della Polizia Vincenzo Parisi. Un po’ troppi forse anche per una seduta spiritica.

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