Politica

La fregatura di Bruxelles

di...

di Marlowe Una buona notizia è una buona notizia, se però viene da Bruxelles occhio alla fregatura. Il via libera all’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit non fa eccezione. Innanzi tutto: siamo stati riabilitati ma altri sei paesi (Spagna, Francia, Olanda, Polonia, Slovenia e Portogallo) hanno ottenuto proroghe fino a tre anni. Un settimo, il Belgio, ha evitato una multa salata con un artificio contabile, pur non avendo centrato nessuno degli obiettivi. Tutti hanno un deficit peggiore del nostro, anche se un debito pubblico migliore. Ma sono i nuovi paletti imposti al governo di Roma a lasciare intendere che c’è poco da brindare. L’Italia dovrà continuare a tenere sotto controllo il disavanzo, e dal 2015 iniziare ad abbattere il debito al ritmo di 45-50 miliardi l'anno. Come? O attingendo all’avanzo primario - entrate meno spese esclusi gli interessi sui titoli di Stato - oppure con manovre correttive: leggi nuove tasse. Questa la raccomandazione 1. La numero 5 ci chiede invece di ridurre il carico fiscale, soprattutto sul lavoro. Tra le due cose c’è una evidente contraddizione, che non è sfuggita ad un economista acuto come Paolo Savona: «Poiché il nostro Pil ha registrato una caduta del 7 per cento in poco più di un quadriennio e la disoccupazione si è raddoppiata, si può parlare di un vero e proprio fallimento della politica economica italiana ed europea - scrive Savona sul Sole-24 Ore. - Invece per via del successo delle scelte fiscali, si chiede che vengano continuate. Per le persone dure di comprendonio come me serve un manuale». In sostanza, se si è arrivati al punto attuale, niente crescita e disoccupati record, lo si deve soprattutto al rigorismo applicato alle entrate: cioè l’overdose di tasse. L’Europa ci dice di andare avanti così; ma al tempo stesso impone di crescere e ridurre la disoccupazione. Però ci suggerisce anche di diminuire le tasse. Tutto e il contrario di tutto. La realtà è che l’Unione europea, trovandosi al bivio strategico tra proseguire con l’austerity imposta dalla Germania, oppure aprire le porte ad una politica espansiva come hanno fatto Usa, Giappone e Cina, non ha compiuto nessuna scelta. Tranne confermare come principio il rigorismo teutonico (la Corte costituzionale tedesca sta verificando la legalità dell’acquisto di titoli pubblici da parte della Bce; sempre dal punto di vista di Berlino), adattandolo di volta in volta ai singoli stati a seconda del loro peso politico o della vicinanza al cono di luce tedesco. La Spagna ha ottenuto una deroga, ed anche un piano di aiuti per le piccole imprese dopo aver trattato direttamente con la Merkel. La Francia, forse per lo scarso feeling tra la Cancelliera e Francois Hollande, si è vista imporre clausole più stringenti di quelle italiane: taglio del costo del lavoro e dei salari minimi, liberalizzazione di servizi e commercio, e soprattutto l’apertura alla concorrenza dei settori dominati dai colossi di stato come ferrovie e energia. Al punto che Hollande ha tuonato: «Nessuno può dirci che cosa dobbiamo fare»; ricevendo in cambio dalla stampa tedesca l’alloro di nuovo «malato d’Europa». Questi però sono fatti degli altri, e non è giusto continuare a prendersela con la sola Merkel. Perché anche lo spettacolo offerto negli ultimi giorni dall’Italia è stato imbarazzante e non è sfuggito né a Bruxelles né a Berlino. Appena si è profilata l’uscita dalla procedura d’infrazione tutti, partiti e sindacati, hanno fatto a gara nello spendere con largo anticipo soldi né disponibili né quantificabili. Il conto dei miliardi "liberati" è salito tra un talk show e l’altro da otto a dodici miliardi, per arrampicarsi fino a 70-80. Alle già note Imu, cassa integrazione, eco-bonus, si sono aggiunte l’Iva, il piano-giovani, l’assunzione di precari nella pubblica amministrazione e nella scuola (ma non erano già stati assunti?), l’allentamento del patto di stabilità dei comuni e una sfilza impressionante di infrastrutture, tutte invariabilmente strategiche. Certamente quel tale Guenter Oettinger, commissario tedesco che ha definito l’Italia «ingovernabile come la Romania e la Bulgaria» va mandato al diavolo. Ma bisogna avere la forza e la faccia per farlo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.