Politica

il Pd ridotto a una polveriera

di Francesco Damato«Il partito di Letta e di lotta» non è solo l’urticante battuta con la quale il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta ha rappresentato il Pd appena divisosi alla Camera sul...

«Il partito di Letta e di lotta» non è solo l’urticante battuta con la quale il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta ha rappresentato il Pd appena divisosi alla Camera sul problema della legge elettorale. Che, rimasto fuori dall’intesa della maggioranza sul percorso della riforma istituzionale, è stato inutilmente proposto da una settantina di deputati del Pd ed altri di opposizione con una mozione finalizzata al ripristino del sistema in gran parte uninominale - il cosiddetto Mattarellum - con cui si votò fra il 1994 e il 2001. Un ripristino che, osteggiato dal Pdl, provocherebbe per ammissione dello stesso presidente del Consiglio il «deragliamento» del governo, cioè la crisi. Ma la legge elettorale non è il solo tema scivoloso per la sopravvivenza delle larghe intese. Se ne potranno presentare altri, come il presidenzialismo alla francese, quando si entrerà nel vivo della riforma costituzionale. O come il nuovo trattamento fiscale degli immobili, quando scadrà la sospensione estiva dell’Imu sulla prima casa e si dovrà decidere davvero se abolirla, come reclama il Pdl, o rimodularla, come vorrebbero molti nel Pd per non darla del tutto vinta al Cavaliere. La cui partecipazione alla maggioranza è vissuta da parecchi amici e compagni di Enrico Letta come un passaggio indigesto, da far durare il meno possibile, visto che non è stato proprio possibile farne a meno dopo gli inconcludenti risultati delle elezioni di fine febbraio. In questa ottica il Pd di «Letta e lotta» lamentato da Brunetta è una riedizione del Pci «di lotta e di governo» teorizzato e guidato nel 1977 da Enrico Berlinguer. Che però sosteneva con sofferenza un governo di Giulio Andreotti composto interamente di democristiani, mentre ora il Pd dispone del presidente del Consiglio e del maggior numero dei ministri. Non è una differenza da poco. E ad aumentare la confusione contribuisce nel Pd l’ormai acrobatico Matteo Renzi, insofferente del suo pur «amico Enrico» quanto e a volte anche più dei compagni collocati a sinistra di lui nella geografia di partito uscita dalle primarie dello scorso autunno. Ciò rischia di rendere una polveriera simil-grillina il congresso annunciato per ottobre, a dispetto del sollievo mostrato dal suo temporaneo segretario Guglielmo Epifani dopo il voto amministrativo di domenica e lunedì.

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