Lo stesso presidente del Consiglio ha realisticamente evocato "il pertugio" per il percorso della riforma costituzionale apertosi ieri in Parlamento. Un percorso di 18 mesi che egli ha raccomandato di non sprecare e al quale è tornato lodevolmente a legare la sopravvivenza dello stesso governo. Ma un po’ meno realisticamente e lodevolmente, anzi per niente, Letta è tornato a sprecare aggettivi che la Costituzione in vigore non merita: "la più bella, la più robusta, la migliore". Aggettivi che contrastano da soli con la necessità di cambiarla "perché - ha detto lui stesso - abbiamo bisogno di istituzioni che decidono più democraticamente e rapidamente". Se è un pertugio quello che si è aperto alla riforma costituzionale, grazie alla eccezionalità della maggioranza di larghe intese faticosamente realizzatasi dopo le elezioni di fine febbraio, cerchiamo di non sprecare lo spazio esiguo di cui disponiamo con la pretesa di far passare anche il superfluo, o addirittura il falso. Come sono appunto i salamelecchi per la Costituzione in vigore dall’ormai lontano 1948. Di cui già dieci anni dopo si avvertirono i primi segni di logoramento nella segreteria della Dc allora guidata da Amintore Fanfani, sensibile alle critiche che gli andava formulando l’amico Gianfranco Miglio, diventato nel 1959 preside della facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica. Ma prevalse la paura di cambiare. Un antifascista e un repubblicano storico come Randolfo Pacciardi si trovò arruolato d’ufficio nel 1964 tra i fascisti, o quasi, solo per avere prospettato una "Nuova Repubblica", di stampo presidenziale e decisionista. Né migliore fortuna ebbe nel 1979 la "Grande Riforma" teorizzata dal segretario del Psi Bettino Craxi, al quale gli avversari infilarono nelle vignette gli stivaloni neri. Gli stessi, più o meno, confezionati dai reduci o eredi del Pci e della sinistra democristiana nel 2005 per Silvio Berlusconi, la cui riforma costituzionale approvata con i voti della maggioranza di centrodestra fu bocciata con il referendum del 25 e 26 giugno 2006. Una riforma che ci avrebbe permesso già oggi di avere, fra l’altro, meno parlamentari e Camere distinte per competenze. Il problema ora è di recuperare il troppo tempo perduto.
Non sprechiamo l’occasione del pertugio
di Francesco Damato Lo stesso presidente del Consiglio ha realisticamente evocato "il pertugio" per il percorso della riforma costituzionale apertosi ieri in Parlamento. Un percorso di 18 mesi che...