L'austerità ha contribuito ad aggravere la crisi che, nel caso dell'Italia, è costata 230 miliardi di euro. Il presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino si unisce al coro di coloro, sempre più numerosi negli ultimi tempi (da alcune voci critiche a Bruxelles al Fondo Monetario internazionale), hanno messo sotto accusa la politica europea basata esclusivamente sull’austerity. Giampaolino ha colto l’occasione della presentazione del Rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica, ha rimarcato che proprio «l'intensità delle politiche di rigore adottate dalla generalità dei Paesi europei è stata una rilevante concausa dell'avvitamento verso la recessione». E l'austerità non ha permesso di raggiungere gli obiettivi prefissati. L’impatto sull’economia italiana è stato rilevante al punto che tra il 2009 e il 2013 la «mancata crescita nominale del pil ha superato i 230 miliardi». Gli interventi correttivi messi in campo dal 2008 in Italia ammontano, nel loro totale, «all'imponente somma di quasi 140 miliardi di euro, circa 30 miliardi dei quali eserciteranno i loro effetti nel biennio 2013-2014». La magistratura contabile sottolinea la propria «preoccupazione, per il concretizzarsi di un rischio di corto circuito tra obiettivi di finanza pubblica, perseguiti attraverso aumenti delle entrante, e tenuta del quadro economico». E quanto accaduto lo scorso anno ha confermato «la fondatezza di simili preoccupazioni». Se è vero che l’eccesso di rigore ha depresso l’economia, è vero però che le manovre di correzione dei conti hanno consentito di rispettare gli impegni presi con l'Europa, e in prospettiva permetteranno di aprire le trattative per nuovi spazi di spesa. Attenzione però, avverte la Corte dei conti, ad utilizzare le nuove risorse nel modo corretto, perchè servono «stimoli per crescere di più e non deroghe per spendere di più». Un'eventuale errore da parte del Paese, sicuramente, sarebbe punito dai mercati, ancora prima che bloccato dall'Unione europea. Giampaolino ha poi rilevato come il nuovo governo abbia intrapreso una strada nuova rispetto ai «consistenti aumenti di imposte che ci sono stati a partire dall'estate 2011». La crescita è la chiave di volta su cui si poggia il futuro dei conti pubblici italiani e miscelata con le riforme rappresenta la formula per evitare di trovarsi «in prossimità dei paesi in crisi». «Il giusto peso che torna ad essere assegnato alla necessità della crescita non deve tramutarsi in una subitanea rinuncia ai molti progressi fatti in questi anni di austerità». Quindi nell'orientare le leve di bilancio pubblico «verso obiettivi più ampi di quelli della sola austerità, occorre non indulgere in una lettura troppo ottimistica nel quadro tendenziale dei nostri conti». È necessario, invece, conservare la consapevolezza che «il livello crescente dello stock di debito pubblico non consente di interpretare in modo men che rigoroso il sentiero di risanamento». Inoltre, per consentire al paese di ripartire, occorre rimuovere gli elementi «incompatibili con le esigenze di crescita», come l'elevata pressione fiscale. Nonostante la perdita di gettito, infatti, il peso delle tasse è salito di oltre un punto di pil rispetto al 2009. Il tema della riduzione del peso fiscale, ammette Giampaolino, non è facile da coniugare con il rispetto degli obiettivi europei «a meno che, naturalmente, questi ultimi non vengano allentati di comune accordo». Anche lo scorso anno, infatti, è proseguita la flessione degli investimenti pubblici, che ormai è scesa a 30 mld (sotto il 2% del pil), riportando il paese ai livelli del 2003. L'attività di sostegno agli investimenti posta in essere «non può che valutarsi positivamente» ma «molto resta da fare». Poi sull’uscita dalla procedura per deficit eccessivo, Giampaolino mette in guardia dal’utilizzo dei nuovi spazi di manovra «in modo oculato», proseguendo nell'azione di «virtuoso contenimento» della spesa e «trovando, nelle pieghe del bilancio, la possibilità di avere un'attenzione nei confronti della crescita e dello sviluppo».
Giampaolino boccia l’austerità
Il presidente della Corte dei conti attacca la politica del rigore «Ha aggravato la crisi che all’Italia è costata 230 miliardi»
