Politica

Per Roma non servivano le piazze

di Massimiliano Lenzi...

Ha scritto anni fa il grande Indro Montanelli - nella sua Storia di Roma - che «forse uno dei guai dell'Italia è proprio di avere per capitale una città sproporzionata, per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida "forza Roma" allude solo ad una squadra di calcio». Eppure quel popolo, magari tra una passione calcistica ed un egoismo particulare - di bottega si sarebbe detto una volta - l'ha tirata su e l'ha mantenuta quella Capitale e pure l'Italia. Ragion per cui oggi, nel giorno del voto per l'elezione del nuovo sindaco capitolino, la Città Eterna diventa tutta intera una metafora del Paese, della nostra Italia, del Potere e dell'insofferenza verso chi comanda tipica di noi italiani, anarchici e papalini insieme. In corsa, tra le varie liste e i diversi candidati, quattro paiono quelli aspiranti, stando ai sondaggi dei giorni scorsi, al ballottaggio. C'è Gianni Alemanno, sindaco uscente, a capo della coalizione di centrodestra, che incarna un pezzo importante dell'elettorato romano che lo misurerà sul passato - in concreto - e sulle speranze per il futuro. C'è Ignazio Marino, candidato del Pd dopo le primarie, contrappasso all'eterna allitterazione della sinistra italiana: lui esperto di sanità sarebbe stato un candidato perfetto per la Regione Lazio dove è andato invece, vincendo alla grande la gara elettorale, Nicola Zingaretti che invece sarebbe stato più adatto di Marino al Campidoglio. C'è poi un imprenditore, Alfio Marchini, annoiato probabilmente dal vecchio lavoro (o forse no) che ha deciso di spendersi per la sua città, in prima persona, rischiando ed aprendo - fuori tempo massimo - ai grillini come alleati (scherzando, ha spiegato Alfio, in merito alla battuta del vicesindaco dato ai 5 Stelle in caso di vittoria). Dulcis in fundo, eccoli, loro i grillini che con la Capitale non c'entrano nulla. Nel senso che la tradizione romana è quanto di più distante esista dalle proposte del Movimento del comico genovese. Marcello De Vito è il nome del candidato anticasta nella città del Potere, che mai potrà scindersi da lei, visto che l'attrazione è cominciata millenni fa con l'Impero Romano e che è andata avanti, nei secoli, diventando casa del Papa ed aspirazione alla globalità di imperatori stranieri, inappagati dalle loro, di capitali. Lo ha spiegato bene nei giorni scorsi l'attore Carlo Verdone, parlando del film di Sorrentino, "La grande bellezza", che lo vede tra i protagonisti: Roma l'hanno raccontata benissimo - ha notato Verdone - quelli che non sono romani. Lo scrittore Ennio Flaiano, ad esempio, diciamo noi, autore assieme a Tullio Pinelli e Federico Fellini della sceneggiatura de La dolce vita, (e non romano) ha scritto: «Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l'enorme garage del ceto medio d'Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un'estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi». Eros e thanatos che ben spiegano il perché, ai comizi conclusivi per la campagna elettorale a sindaco di queste settimane, due giorni fa, non vi fossero fiumi di persone ad ascoltare e ad applaudire. Perché nel suo intimo Roma aveva già deciso, le proprie militanze, chi mandare al ballottaggio, la tenzone tra i vecchio ed il nuovo e come risolverla, senza la necessità ideologica di passare per le piazze, senza nessuna affabulazione politica cui offrirsi in pegno, come una tribù davanti al proprio totem. Roma oggi e domani deciderà su chi scegliere come sindaco (probabilmente servirà tra due settimane il ballottaggio) ma lo farà con il disincanto, quello proprio dei secoli sotto i troppi Papi, col dolore di Porta Pia, col tradimento e l'aiuto chiesto ai francesi, col Papa Re, con gli invasori, tra le indulgenze, gli imperatori ed i sogni di gloria. Tra i discorsi di Cola di Rienzo, tribuno dall'alto che parla al popolo sei secoli prima del Duce, tra la violenza dell'invasione ed il riscatto della Liberazione. Nel "Marchese del Grillo", film di un toscano sapido, Mario Monicelli, che è anche un inno alla concretezza romana, Alberto Sordi nei panni del nobile protagonista dice a convivio con i francesi piombati a Roma: «Se tu parli male di me e del Papa, io ci rido. Se io parlo male di te e del tuo Napoleone Bonaparte, tu t'incazzi!». In questa differenza coi franzosi (nome che nel film battezza i francesi) sta l'eternità di Roma, il motivo per cui a Parigi hanno copiato dagli archi degli imperatori romani il loro Arco di Trionfo. Perché, seppur con tutte le contraddizioni possibili, a Roma (e in Italia) il Potere è antichissimo e per questo anche la satira per sfrondarlo. «Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte! - scrive Trilussa nel suo sonetto al Ministro novo - Che novità sarà pe' quela schiena / de sentisse piegà dall'antra parte!».

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