Per la Francia del multiculturalismo fu l'ennesimo traumatico risveglio quando, nel 2010, le periferie di Parigi sembrarono esplodere in maniera incontrollabile con centinaia di giovani vestiti Adidas che sfasciavano vetrine, incendiavano le auto dei loro vicini di casa e si scontravano con la polizia. Quasi tutta la stampa blasonata europea se la prese con Sarkozy, accusato di non cercare il dialogo con i ribelli ma di trattarli come semplici "casseurs", "distruttori", "devastatori", "sfascisti". Eppure i casseurs non erano nati con Sarkozy. Con improvvise esplosioni si erano già manifestati a Lione, a Marsiglia, addirittura nella pacifica Ginevra e ancora a Parigi con altri governi. Hanno dato il peggio di sé anche con l'illuminato Hollande, appena due settimane fa, per "festeggiare" la vittoria del Paris Saint Germain. Quindi, possiamo dirlo, i governi non centrano nulla. E nemmeno le nazioni. I teppisti sono teppisti ovunque, si chiamino hooligans o casseurs, si nascondano dietro il calcio o gli striscioni contro la Tav. In Francia, nell'Inghilterra degli anni Ottanta e in questi giorni persino nella civilissima Svezia, patria del welfare e dell'integrazione, si tratta di giovani definiti "immigrati" e marginalizzati. Anche se la maggior parte è di origine nord-africana, l'Islam non centra nulla. Anzi, c'entrano certamente di più l'alcool e le droghe che le preghiere. L'elemento scatenante è sempre un episodio di vessazione o violenza da parte delle forze dell'ordine, viste come truppe di occupazione del proprio territorio tribale e incarnazione dello Stato e delle regole sociali. A Stoccolma, la pacifica capitale del Nord, il casus belli è stata l'uccisione a colpi di pistola, da parte di agenti di polizia, di un uomo di mezza età che li aveva aggrediti con un machete. A Brixton, sobborgo giamaicano di Londra, la più grande rivolta etnica della storia inglese che produsse danni immensi e più di trecento feriti, scoppiò nell'81 perché la polizia aveva fatto irruzione in una parte del quartiere generalmente off limits per le forze dell'ordine e dove fioriva lo spaccio. Un palazzo fatiscente era andato a fuoco e alcuni occupanti erano morti bruciati. Si sostenne che si trattava di un attentato razzista che la polizia aveva ignorato. Il giorno prima degli scontri gli agenti avevano bloccato un giovane nero che era stato accoltellato da altri giamaicani. Il ragazzo morì e la polizia venne accusata di non avergli prestato adeguato soccorso. Questo dette il via a incendi e devastazioni. Quando si verificano queste "rivolte", ovunque vengono intervistati esperti e esponenti di associazioni di immigrati che denunciano come origine del malessere l'esclusione sociale ricondotta al razzismo latente, al trattamento ostile da parte della polizia e al disagio economico. Sono gli elementi di ogni telegiornale e di ogni film che racconti eventi simili (si pensi al film del 1995 "La Haine" di Mathieu Kassovitz, con un giovanissimo Vincent Cassel). Eppure le rivolte avvengono sempre in quei Paesi che danno maggiori garanzie sociali, assistenza ai disoccupati, salario minimo garantito, adeguati servizi sanitari per tutti, istruzione pubblica accessibile e di buon livello e hanno anche le legislazioni più rigide nei confronti di qualsiasi atteggiamento discriminatorio o razzista. E quel che sicuramente non può passare inosservato è che i protagonisti degli scontri sono sempre "immigrati" di seconda o addirittura terza generazione e cioè non immigrati veri e propri, ma piuttosto cittadini francesi, svedesi o inglesi a tutti gli effetti. E allora forse dare la colpa al razzismo della società, all'incertezza economica e alle difficoltà di integrazione non è più adeguato e forse rischia anche di essere ipocrita e strumentale. Se a bruciare scuole e edifici pubblici a Stoccolma è il nipote di un immigrato, nato in Svezia e andato alle scuole pubbliche, che percepisce un sussidio di disoccupazione, ha la casa popolare e indossa vestiti griffati e catene e anelli d'oro, forse il colpevole della sua violenza non è la mite società scandinava. Forse è lui che è un delinquente. E il fatto di avere lontane ascendenze non europee non dovrebbe essere un alibi o una giustificazione.
Se la Svezia è in fiamme
di Marcello De Angelis...