di Francesco Damato Il presidente della Corte d'Assise di Palermo Alfredo Montalto ha stabilito, bontà sua, che il presidente della Repubblica non potrà essere chiamato a testimoniare sulle sue telefonate con Nicola Mancino, come avrebbero invece voluto almeno alcune delle parti civili, nell'imminente processo sulle presunte trattative di una ventina d'anni fa fra lo Stato e la mafia. Quelle telefonate, fatte a Giorgio Napolitano dall'ex ministro dell'Interno finito tra i dieci imputati del procedimento, non possono entrarvi né dalla porta né dalla finestra per il semplice fatto che sono state distrutte il mese scorso. Una distruzione voluta praticamente dalla Corte Costituzionale dopo una tortuosa resistenza della Procura, che pure le aveva considerate irrilevanti ai fini delle indagini, e un estremo ricorso alla Cassazione da parte di uno degli imputati - Massimo Ciancimino - particolarmente interessato a conoscere, o ancor più a far divulgare, il contenuto di quelle conversazioni. Montalto ha tuttavia lasciato socchiusa la porta alla testimonianza di Napolitano, se i giudici la riterranno necessaria nel corso del processo che si aprirà lunedì prossimo, per le ragioni addotte dalla Procura. La quale si richiama ad un passaggio della lettera di dimissioni, prontamente respinte, inviata un anno fa al capo dello Stato dal consigliere giuridico, e magistrato, Loris D'Ambrosio, destinato a morire poco dopo di crepacuore per le polemiche esplose sulle telefonate fatte anche a lui da Mancino. Il pur generico e sarcastico richiamo di D'Ambrosio, in quella lettera, ad un inconsapevole ruolo di "scriba" ch'egli avrebbe potuto svolgere nel 1993 a tentativi di "indicibili accordi", evidentemente fra lo Stato e la mafia, secondo gli inquirenti di Palermo autorizzerebbe a pensare a confidenze verbali o d'altro tipo dello stesso D'Ambrosio al capo dello Stato sulle vicende oggetto del processo. A che cosa alludano, o vogliano alludere, i pubblici ministeri si può tentare di immaginare pensando al ruolo di collaboratore dell'allora guardasigilli Giovanni Conso svolto da D'Ambrosio nel 1993. Un ruolo che gli consentì forse di concorrere alla nomina del magistrato Francesco Di Maggio a vice direttore del dipartimento delle carceri. E alle iniziative poi prese dallo stesso Di Maggio, finite nel mirino degli inquirenti siciliani, per trecento e più provvedimenti di mancata proroga del trattamento duro ai detenuti per reati di mafia. Dietro quelle misure fu visto, a torto o a ragione, il tentativo di soddisfare le attese della mafia e di interromperne le stragi cominciate nel 1992. Ma di quei provvedimenti Conso si sarebbe poi assunta la piena e personale responsabilità, senza finire per questo fra gli imputati del processo, evidentemente per l'aspetto assai controverso dei sospetti degli inquirenti. O forse per il loro timore di perdere la competenza delle indagini passandole al tribunale dei ministri. È tanto curioso quanto inquietante che gli inquirenti, ora anche con una certa apertura di credito del presidente della Corte d'Assise, vogliano sapere da Napolitano ciò che non hanno saputo o potuto sapere da D'Ambrosio e da Di Maggio: l'uno morto l'anno scorso, dopo essere stato interrogato due volte, e l'altro nel 1996. Pianto, quest'ultimo, con lacrime pubbliche da un magistrato come Ilda Boccassini, certamente non sospettabile di indulgenze mafiose o a cedimenti dello Stato. E morto anche lui forse più di crepacuore che della cirrosi epatica diagnosticatagli dai medici dopo essersi sentito accusato o sospettato di rapporti ambigui con la mafia stridenti con la sua storia di magistrato. La durezza della sua gestione delle carceri gli aveva peraltro procurato nel 1994 un polemico e feroce "premio Auschwitz" dei suoi critici. Egli se ne indignò a tal punto da annunciare le dimissioni dall'incarico in un discorso al Meeting riminese di Comunione e Liberazione destinato a diventare anche il suo testamento morale.
I pm, Napolitano e Di maggio
di Francesco...