Matteo Renzi che, nonostante il pressing, si è sfilato da tempo dalla partita, se la cava con una battuta: «Non sono tra i candidati alla guida del Pd. Ce ne sono già abbastanza, tra un po’ avremo più candidati che elettori». Parole che fotografano perfettamente la realtà. E che esplicitano il malessere di molti all’interno del partito. A cominciare dal «traghettatore» Guglielmo Epifani. Preoccupato che candidature presentate in numero così numeroso e con così largo anticipo non aiutino affatto la «ricostruzione» del Pd. Ma piuttosto contribuiscano a rendere ancora più violenta la guerra tra bande emersa in maniera evidente dopo le elezioni di febbraio. Lo stesso Sergio Chiamparino, ultimo ad aggiungersi alla lista dei papabili, ha spiegato che «un conto è avere due o tre candidature, un altro concorrere nella frammentazione. Se è per conquistare il 10 per cento alle primarie e avere di conseguenza tre deputati che piantano la bandierina nel prossimo Parlamento, non mi interessa». Parole condivisibili che, però, non sembrano avere grande seguito all’interno del Pd. Dove al momento candidature ufficiali e ufficiose spuntano qua e là come funghi. Partiamo da quelle ufficiali. Al momento gli unici due che hanno garantito la propria presenza alla sfida di ottobre sono Gianni Pittella e Gianni Cuperlo. Il primo è vicepresidente del Parlamento Europeo e già da tempo ha lanciato la propria corsa per la leadership del Pd. Il secondo era uno dei favoriti per raccogliere, già lo scorso 11 maggio durante l’Assemblea nazionale, l’eredità di Pier Luigi Bersani. Ragioni di opportunità ammantate di responsabilità lo hanno spinto a fare un passo indietro. E alla fine ha avuto la meglio «l’innocuo» Epifani. Che tanto innocuo non è visto che da giorni ripete che il suo mandato è «senza limiti». Cioè non si tratta semplicemente di «traghettare» il Pd verso il congresso. Lui c’è e continuerà ad esserci. E se tra cinque mesi il partito avrà riacquistato nuova vita, sarà difficile impedirgli di partecipare alle primarie. Insomma, Epifani è a tutti gli effetti un candidato ufficioso. E come lui ce ne sono tantissimi altri. A cominciare, ovviamente, da Chiamparino. L’ex sindaco di Torino ha annunciato di essere pronto a fare la propria parte. Frase che vuole dire tutto e niente. La verità è che il suo nome, pur apprezzato dalle élite e da diversi big democratici (su tutti Walter Veltroni e Matteo Renzi), non sembra in grado di fare breccia nella base. Soprattutto al Sud. Per scendere effettivamente in campo, insomma, ha bisogno di capire se la maggioranza del partito è con lui. Un altro che si è detto disponibile è Goffredo Bettini. Già braccio destro di Walter Veltroni, «inventore» del modello Roma, è ritornato in prima linea. Il suo obiettivo è quello di superare il Pd creando un «nuovo soggetto politico di tutta la sinistra e di tutti i moderati che guardano a sinistra». Non «una sommatoria» tra Sel e Democratici, ma «una casa comune nella quale possano trovare posto tutti coloro che in questi anni ci hanno consentito di vincere le ultime elezioni amministrative». A queste condizioni lui sarebbe pronto a candidarsi come segretario anche se prima, aggiunge, devono essere cancellate «tutte le correnti che attualmente governano il Pd». Impresa impossibile visto che sono proprio le varie correnti a rendere così ricca di candidatura la corsa per la segreteria. Difficile, infatti, che gli ex Popolari di Giuseppe Fioroni, accettino di andare al congresso avendo davanti una rosa di nomi proveniente per la stragrande maggioranza dall’esperienza degli ex Ds. E non a caso c’è chi fa il nome dell’ex presidente della provincia di Roma Enrico Gasbarra. Così come è difficile, anche se non è certo possibile etichettarli come una corrente, che l’anima «dissidente» e più filogrillina guidata da Pippo Civati, rinunci ad un proprio candidato (che potrebbe essere proprio il neodeputato lombardo). Ci sono poi due grandi interrogativi che riguardanto Fabrizio Barca e Renzi. Il primo per ora sta portando in giro per l’Italia il suo documento di 55 pagine intitolato «Un partito nuovo per un buon governo». Il secondo continua a dire che resterà a fare il sindaco. Ma Epifani insegna che alla fine tutto può succedere.
E nel partito tutti pronti a fare il segretario
Da Cuperlo a Chiamparino, passando per Bettini Matteo: «Tra un po’ avremo più candidati che elettori»