Politica

UN PATRIMONIO DA TUTELARE

di Francesco Perfetti François Hollande ha sottolineato, qualche giorno fa, lo "stato di prostrazione" dell’Europa e la "disaffezione dei popoli" che rischierebbe di "compromettere il futuro stesso...

François Hollande ha sottolineato, qualche giorno fa, lo "stato di prostrazione" dell’Europa e la "disaffezione dei popoli" che rischierebbe di "compromettere il futuro stesso dell’Unione Europea". Le parole del presidente della repubblica francese colgono il malessere profondo di molti cittadini di vari Paesi europei nei confronti di una Unione ritenuta in gran parte, a torto o a ragione, responsabile delle difficoltà collegate alla crisi economica internazionale. Del resto i dati diffusi dall’Eurobarometro sono eloquenti dimostrando come, nell’ultimo quinquennio, nei Paesi più importanti dell’Unione, il crollo di fiducia nei confronti delle istituzioni europee sia stato verticale. La ricetta di Hollande è quella di dare un colpo di acceleratore che, in un biennio, porti all’"unione politica" dell’Europa e a un "governo economico europeo". Questa ipotesi capovolge la tradizionale impostazione dell’europeismo francese che, sulla linea tracciata da Charles De Gaulle, indicava nella "Europa delle patrie", cioè in una Europa i cui soggetti non rinunciassero alla propria sovranità nazionale, la strada maestra da seguire. È, ancora, una ipotesi con una valenza tutta politica, anzi geopolitica, che si risolverebbe nella realizzazione di uno Stato federale nel quale l’egemonia franco-tedesca risulterebbe predominante a detrimento dell’autonomia degli Stati nazionali. All’europeismo e alla costruzione dell’Unione Europea il contributo italiano è stato determinante tanto sul terreno della elaborazione teorica quanto su quello delle realizzazioni. In alcuni momenti, anzi, esso risultò essenziale sia per superare fasi di crisi e sfiducia ovvero battute di arresto del processo di integrazione, sia per correggere con sano pragmatismo gli eccessi venati di utopismo di quelli che Gaetano Martino definiva gli "europeisti impazienti". Il caso della stipula dei Trattati di Roma che dettero vita al Mec e all’Euratom nel 1955, è emblematico. La coscienza europeista in Italia è, dunque, molto forte anche perché affonda le radici nella consapevolezza di un retaggio storico che collega l’idea di Europa alla tradizione cristiana, ne fa cioè una questione di natura culturale e morale, prima ancora che politica ed economica. Questa coscienza è una progressiva conquista, è la scoperta della comune "identità" culturale che collega il nostro Paese ad altri Paesi. È un patrimonio da non disperdere e che non può essere messo in crisi dagli errori delle classi politiche. Quando l’Italia adottò la moneta unica lo fece in maniera affrettata e superficiale, senza neppure essere in regola (se non grazie ad artifici formali e all’introduzione di una "tassa sull'Europa") con i cosiddetti parametri di Maastricht. Le preoccupazioni e gli avvertimenti di Antonio Martino vennero sbrigativamente liquidati come una banale forma di euroscetticismo. L’introduzione dell’euro avrebbe dovuto essere una ovvia conseguenza dell’esistenza del mercato unico, ma le modalità e i tempi furono sbagliati. Gli "europeisti impazienti" ebbero la meglio: l’euro, creato senza tener conto delle diversità strutturali ed economiche dei Paesi che lo adottarono, fu un parto prematuro, che si risolse in una cessione di sovranità monetaria da parte degli Stati appartenenti all’Eurozona. Si è giunti così a una situazione assurda, che vede l’esistenza di una moneta senza uno Stato e, per converso, di tanti Stati, quelli appunto dell’Eurozona, senza una moneta sulla quale esercitare la propria sovranità monetaria. Molti dei guai derivati dalla crisi economica in atto, importata dagli Stai Uniti, sono ascrivibili alla rigidità dei cambi imposta dalla situazione. Questi i dati di fatto. Sono dati che rendono comprensibili le pulsioni antieuropeistiche e le spinte ad abbandonare l’euro e ritornare alle monete nazionali ovvero a creare un euro a due velocità. Il progetto di Hollande si inserisce in questo quadro di generale contestazione dell’euro per suggerire una soluzione a questo problema, politico ed economico al tempo stesso, attraverso la realizzazione, a tappe accelerate, di una Europa unita sotto forma di Stato federale. Ma si tratta di un progetto che, rebus sic stantis, finirebbe per accentuare le diversità e le difficoltà dei singoli Stati privandoli sempre più della loro sovranità. Un progetto velleitario. Per l’Italia, una eventuale uscita dall’euro potrebbe rivelarsi disastrosa dal punto di vista economico per le ripercussioni che determinerebbe. E del resto uscire dall'eurozona non è così facile come è stato, forse troppo, entrarvi. La scommessa, a questo punto, è tutta sulla capacità di recuperare spazi di operatività e autonomia rispetto alle decisioni degli euroburocrati. Salvaguardando l’idea dell’Europa. Di quella Europa, culturale e morale, che è patrimonio della nostra civiltà.

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