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Quei confini del Lazio

di Federica...

di Federica Fabrizzi Il 2013 dovrebbe essere, ma il condizionale è d'obbligo, l'ultimo anno di esistenza delle province laziali così come le conosciamo. In base ai criteri approvati dal Consiglio dei ministri lo scorso luglio, infatti, l'unico ente di area vasta che ha i requisiti di sopravvivenza autonoma è la Provincia di Roma (che peraltro dovrebbe trasformarsi in Città metropolitana), mentre per le altre quattro si profila un accorpamento Viterbo-Rieti e Frosinone-Latina. Sembrerebbe dunque che il Lazio stia per assistere ad un nuovo rimaneggiamento dei suoi confini interni, ad un nuovo capitolo della sua travagliata storia territoriale, cominciata nel 1870. Dopo la breccia di Porta Pia, infatti, passarono al Regno d'Italia gli ultimi territori dello Stato pontificio che però non coincidevano pienamente con l'attuale Lazio; la Sabina, ad esempio, faceva parte della provincia di Perugia ed era dunque già Regno d'Italia dal 1860, così come i Circondari di Sora e Gaeta che facevano parte di quella che allora si chiamava provincia di Terra di Lavoro, ossia Caserta. Il resto del territorio laziale era stato organizzato dall'amministrazione papalina nelle cinque cosiddette "Province romane": Roma e comarca, Civitavecchia, Viterbo, Frosinone e Velletri. La comarca comprendeva un vasto territorio che copriva le zone tra il fiume Arrone e Bracciano, le falde dei Monti Cimini, si spingeva fino ad Arsoli in Abruzzo e alla Ciociaria fino a Velletri. A nord di Roma, la Provincia di Civitavecchia si estendeva da Montalto di Castro a settentrione all'attuale Ladispoli a sud, mentre la provincia di Viterbo andava dal confine del comune di Orvieto a Civitacastellana ed ai Monti Cimini. A sud di Roma, Frosinone si estendeva da Palestrina ai Monti Ernici e Lepidi, ma toccava solamente la pianura laziale dal momento che Sora e Cassino appartenevano al Regno di Napoli e divennero parte integrante del Regno d'Italia già con la spedizione dei Mille; la vasta provincia di Velletri, che era chiamata "Marittima" contava al suo interno i comuni di Cori, Segni, Sezze, Valmontone e Terracina, nonché tutta pianura pontina, paludosa e disabitata. Il governo sabaudo si domandò se fosse opportuno mantenere l'assetto amministrativo ereditato, ma considerazioni politiche e soprattutto motivi di ordine pubblico spinsero nella direzione del cambiamento: le province esistenti vennero così soppresse e fu istituita la provincia unica di Roma. La spiegazione che venne data allora era chiara: le altre quattro province - si legge nella relazione del governo - non autonome né da un punto di vista territoriale, né per numero di abitanti, né per condizioni economiche, avrebbero così mantenuto e rafforzato i rapporti con la città e, soprattutto, si sarebbe costituita una vasta ed importante provincia attorno alla città destinata ad essere la Capitale. Le cronache del tempo narrano che ci furono proteste, anche vibrate; furono in particolare alcuni politici di Velletri a far presente come agro pontino ed agro romano fossero realtà troppo diverse tra loro e che la decisione avrebbe penalizzato la loro zona, perché le altre province non avrebbero avuto alcun interesse a bonificare le paludi. Ma come emerge dagli atti ufficiali, nella prima seduta del consiglio provinciale di Roma, alla quale partecipavano anche rappresentanti delle province soppresse, non si registrarono proteste. Da quel momento, e per i successivi cinquant'anni, l'assetto amministrativo del Lazio rimase invariato e la provincia unica: era cominciata quella dinamica del tutto speciale di legame e separazione tra Roma ed il territorio circostante su cui il fascismo tornerà.

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