di Francesco Damato Quella che Luciano Violante in una intervista ha ieri definito "arroganza rovinosa per la reputazione della magistratura", commentando la richiesta dei pubblici ministeri di fare testimoniare Giorgio Napolitano sulle presunte trattative di una ventina d’anni fa fra lo Stato e la mafia, è piaciuta naturalmente alla solita tifoseria. Che ha ripreso la caccia al presidente della Repubblica, se mai l'avesse interrotta, ed ha evocato addirittura "il processo di Norimberga", come ha strillato la prima pagina de "il Fatto", per indicare un precedente di quello imminente a Palermo, dove si vorrebbe chiamare il presidente della Repubblica per "giurare di dire tutta la verità, nient'altro che la verità". E di dirla anche o soprattutto o soltanto - non si è ancora ben capito - al posto del suo defunto consigliere giuridico Loris D'Ambrosio. Dal quale gli inquirenti siciliani, che pure avevano avuto due occasioni d'ascoltarlo prima della morte per crepacuore procuratagli dalle polemiche proprio sul loro lavoro, sospettano che il capo dello Stato abbia ricevuto chissà quali e quante confidenze sulle stragi di mafia del 1992-93 e sulle trattative per tentare di scongiurarle o limitarle con "indebiti accordi". I sospetti dei pubblici ministeri sui segreti di cui Napolitano potrebbe essere depositario sembrano nati dal fatto che proprio di "indebiti accordi" gli avesse scritto il suo consigliere un anno fa in una lettera di dimissioni, respinte ma offerte per cercare di proteggere il Quirinale dagli attacchi che stava subendo in quei giorni. Indebiti accordi di cui il povero magistrato D'Ambrosio, sempre in quella lettera, temeva di poter essere stato usato come "scudo" e "ingenuo e utile scriba" formulando consigli e pareri sulla lotta alla mafia come collaboratore giuridico, anche allora, di alte autorità dello Stato. Messi o riferiti così, i sospetti dei pubblici ministeri di Palermo e il loro interesse ad una testimonianza di Napolitano potrebbero a prima vista apparire ragionevoli, se non addirittura fondati. Ma a prima vista, appunto, perché gli inquirenti siciliani e i loro estimatori prescindono da due elementi importanti. Il primo è lo spirito o contesto chiaramente critico della lettera di D'Ambrosio verso il modo in cui si era indagato e si stava ancora indagando in ogni sede, anche a Palermo quindi, sui gravi fatti del 1992-93, tanto da fargli esprimere il rimpianto del suo lavoro di inquirente. Al quale egli si sentiva spesso tentato di tornare per dimostrare evidentemente come dovesse essere fatto. Il secondo elemento importante per valutare la richiesta testimonianza di Napolitano è una certa, ostinata sottovalutazione della figura istituzionale e umana del capo dello Stato da parte dei pubblici ministeri di Palermo. Che proprio per questa ostinazione, incorsi nelle "casuali" intercettazioni delle telefonate del poi imputato Nicola Mancino con il presidente della Repubblica, le gestirono in maniera così poco ortodossa, o così tanto discutibile, da procurarsi un ricorso del Quirinale alla Corte Costituzionale. Che bocciò gli inquirenti con una sentenza tanto disinvoltamente quanto indisciplinatamente definita "politica" dall'allora procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Il quale di politica, in verità, ha dimostrato d'intendersi poco anche quando ha tentato di praticarla e scalarla direttamente, visto il fiasco delle liste della sua "Rivoluzione civile" nelle elezioni di fine febbraio scorso. A parte la natura istituzionalmente unica del presidente della Repubblica, una cui testimonianza giudiziaria comporta non la facoltà ma l'obbligo, sancito dall'articolo 205 del codice di procedura penale, di assumerla "nella sede in cui egli esercita la sua funzione", altro che "il banco dei testimoni" reclamato o solo immaginato ieri da "Il Fatto" pensando all'aula parlermitana del processo; a parte, dicevo, questa natura istituzionalmente unica, stridente quanto meno con la lista degli oltre 170 testimoni in cui si è ritenuto di mettere anche il capo dello Stato, il pronto rifiuto opposto alle dimissioni di D'Ambrosio l'anno scorso dimostra la infondatezza dei sospetti degli inquirenti. Per le sue stesse funzioni, e per il rispetto che ha mostrato di averne, Napolitano sarebbe stato il primo o a liberarsi del suo consigliere o a liberarlo da ogni vincolo di segretezza se veramente avesse da lui ricevuto confidenze, rispettivamente, compromettenti o utili alle indagini di Palermo. Pensare il contrario può denotare solo prevenzione contro chi ha dimostrato al vertice dello Stato un tale spirito di servizio da meritarsi la rielezione, a stragrande maggioranza del Parlamento e per la prima volta nei 67 anni di storia della Repubblica.
Gli errori dei Pm su Napolitano
di Francesco...