Politica

La politica parla «calciese»

di Marcello De...

di Marcello De Angelis Una delle accuse più frequenti rivolta al mondo della politica è che non si fa capire dalla gente. Si accusano i politici di avere un linguaggio tutto loro, per addetti ai lavori, di parlare - appunto - in "politichese". Forse, il fatto che non faccia un adeguato sforzo per farsi comprendere, è veramente uno degli elementi che allontana i cittadini dalla politica. Forse però adesso si sta esagerando. Alla conferenza stampa di ieri, dopo il Consiglio dei ministri su Ici e Cassa integrazione, il vicepremier, ministro degli Interni e segretario del Pdl Angelino Alfano ha annunciato con soddisfazione che "il governo ha tirato la prima palla e ha fatto il suo primo goal". Inoltre si è complimentato con il Premier Enrico Letta per la sua capacità di aver trovato una soluzione "al novantesimo minuto". Riconoscimento adatto ad un presidente del Consiglio che come primo atto ha portato il suo governo in un "ritiro" di tre giorni "per fare spogliatoio". Difficile sapere se la convergenza sul linguaggio calcistico sia una scelta di comunicazione ponderata, sia casuale, oppure si tratti semplicemente di una moda. Fatto sta che i paragoni calcistici hanno letteralmente infestato anche il dibattito all'ultima assemblea del Pd, quella che ha eletto Epifani segretario-traghettatore. Un conciliante Matteo Renzi ha in quel consesso invitato la sinistra a "non regalare a Berlusconi un nuovo calcio di rigore" e i sostenitori di Epifani proponevano di adottare l'inno della squadra di calcio del Liverpool "you'll never walk alone". Di paragoni tra calcio e politica la rete (intesa come il web, per non fare ulteriore confusione) è piena, come trabocca di interventi contro il continuo utilizzo di questa connessione che a molti pare impropria. Eppure anche l'appena scomparso senatore a vita Giulio Andreotti, nel marzo del 2009, venne trascinato in una intervista tutta incentrata proprio su tali paralleli. E alla prima domanda dell'intervistatore, che gli chiedeva di assegnare ai politici allora in campo corrispondenti ruoli calcistici, rispose: "tutti in panchina". Ovviamente nella politica c'è agonismo, meno facile trovarci spirito sportivo. Sicuramente si vince e si perde e a volte l'arbitro non sembra così imparziale. A ogni sconfitta c'è qualcuno che dice che bisogna "cambiare la squadra" e a ogni richiesta di rinnovamento giunge la risposta che "squadra che vince non si cambia". Quando poi il cambiamento è inevitabile si mettono in squadra "nuove leve", ma si lasciano al loro posto i "cannonieri". Di qualcuno si dice che è un goleador e di altri che sono schiappe. Con questo governo di larghe intese e con la necessità di giustificare il fatto che giocatori provenienti da "club" storicamente ostili facciano la partita insieme, si ha l'impressione che il ricorso alla lingua del calcio sia più una consapevole necessità che un semplice vezzo. Se poi si considera che, in un popolo di lettori pigri e in piena crisi dell'editoria, i giornali più letti e i programmi più seguiti sono quelli che parlano di calcio, forse è l'unico modo di farsi comprendere. Qualcuno potrebbe dire che se si vuole dare alla politica l'immagine di un campo di competizione dove possono albergare anche le nobili virtù dello sport, forse il calcio non sia la scelta più adatta. Infatti, se ci si spingesse troppo oltre nel cercare parallelismi, verrebbe da riflettere su quanto sia vero che la fedeltà ai colori e alla maglia si trovino solo tra i tifosi - che spesso per la loro passione esagerano le conflittualità - mentre i professionisti passano con grande leggerezza da una squadra all'altra in considerazione del ruolo che gli propongono e - soprattutto - del compenso. Viene anche da pensare a quanto, per i presidenti dei diversi club, lo sport sia soprattutto un business. Viene da pensare ai guadagni spropositati dei calciatori e al fatto che, nella realtà della vita come nella cronaca, si tende a identificare le "veline" come l'altra metà della mela. Poi viene in mente Calciopoli, il calcioscommesse, le partite truccate. Nelle competizioni elettorali più recenti, d'altronde, hanno giocato un ruolo da protagonisti i bookmaker e ormai si è sviluppato intorno ai candidati anche una sorta di "picchetto". E se si considerano alcune delle liste che vengono presentate, si ha l'impressione che ci siano anche tanti appassionati di "fantacalcio" che traspongono in politica il gioco delle formazioni impossibili o almeno improbabili.

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