Politica

Il Porcellum finisce ancora in tribunale

La Cassazione approva il ricorso sull’incostituzionalità e lo invia alla Consulta Nel mirino premi di maggioranza e liste bloccate. Sentenza attesa in 6-8 mesi

Saranno ancora una volta i tribunali a doversi occupare del Porcellum. La Corte di Cassazione, infatti, ha rinviato alla Consulta la decisione sulla legittimità costituzionale della legge elettorale in vigore dal 2005. Nel mirino dei magistrati i premi di maggioranza di Camera e Senato e il sistema a liste bloccate che, non prevedendo le preferenze, limita la libertà di voto dei cittadini. Non sarà la prima volta che la Corte Costituzionale si occuperà della legge elettorale scritta dall’allora ministro leghista Roberto Calderoli. Già nel 2006 e nel 2008, infatti, la Consulta aveva sottolineato gli aspetti della riforma che potevano far rilevare dei profili di incostituzionalità, invitando il Parlamento a intervenire per modificare le parti più controverse. Nella scorsa legislatura, inoltre, si era fatto insistente il pressing del presidente del capo dello Stato Giorgio Napolitano sui partiti per favorire i cambiamenti auspicati dai giudici. Le forze politiche, però, avevano preferito soprassedere, ingolosite soprattutto dall’ampio premio di maggioranza concesso dal Porcellum a Montecitorio, e lasciare il quadro immutato. Una scelta che ha in parte determinato il pessimo risultato dei partiti tradizionali nelle ultime elezioni. Stavolta a far scattare le molle della giustizia è stata la richiesta partita dall’avvocato milanese Aldo Bozzi. La prima sezione civile della Cassazione ha dichiarato «rilevante e non manifestamente infondata» la questione di legittimità costituzionale del cosiddetto Porcellum sollevata nel ricorso di Bozzi, che chiedeva alla presidenza del Consiglio e al ministero dell’Interno i danni per non avere potuto esercitare «il proprio diritto di voto libero e diretto». A finire sotto la lente dei magistrati sono in particolare tre aspetti. In primis il premio di maggioranza «sproporzionato» alla Camera per la coalizione che raccoglie più voti, slegato dal raggiungimento di una soglia minima di consensi. «Questo premio - viene spiegato dalla Suprema Corte - provoca un’alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza che ne beneficia è in grado di eleggere gli organi di garanzia che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura». Ma a finire nel mirino è anche il sistema di assegnazione del premio di maggioranza al Senato, che avviene su base regionale. «Tale distorsione - si legge nell’ordinanza inviata alla Consulta - costituisce non già un mero inconveniente di fatto (che può riscontrarsi in vari sistemi elettorali), ma il risultato di un meccanismo che è irrazionale perchè normativamente programmato per tale esito». I giudici sottolineano «l’irrazionalità intrinseca di in un meccanismo che di fatto contraddice lo scopo che dichiara di voler perseguire (quello di assicurare la governabilità)». E infatti, è il ragionamento della Cassazione, «essendo il premio diverso per ogni regione, il risultato è una sommatoria casuale dei premi regionali che finiscono per elidersi tra loro e possono addirittura rovesciare il risultato ottenuto dalle liste e coalizioni di lista su base nazionale. Le diverse maggioranze regionali non avranno mai modo di esprimersi e di contare, perché il Senato è un’assemblea unitaria e il governo è nazionale». La violazione «dei principi di ragionevolezza e uguaglianza del voto è per il Senato ancora più evidente - continuano i giudici - se si considera che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia regione per regione ed è maggiore nelle regioni più grandi e popolose, con l’effetto che il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) è diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini». L’ultima criticità viene individuata nelle liste bloccate. La Cassazione si chiede se il voto, così come previsto dal Porcellum, possa ritenersi «realmente libero», visto che «all’elettore è sottratta la facoltà di scegliere l’eletto e se possa ritenersi personale un voto che è invece spersonalizzato». Ora la «palla» passa alla Corte Costituzionale, che in genere impiega 6-8 mesi per esprimersi su questioni di questo tipo. Anche se non è esclusa, data la delicatezza del caso, un’accelerazione della pratica. La possibilità di un ritorno alle urne, infatti, resta sempre concreta, magari già nella finestra elettorale di ottobre. Si rischierebbe, insomma, di votare, per la quarta volta, con una legge dichiarata poi incostituzionale, con tutti i problemi tecnici che ne seguirebbero. Anche perché, stavolta, la Corte Costituzionale potrebbe non limitarsi a una semplice «moral suasion» sul Parlamento. Sempre che non siano gli stessi partiti ad accelerare su una riforma che a parole tutti invocano ma nei fatti nessuno persegue. Qualche segnale positivo è arrivato ieri, persino da Roberto Calderoli: «Finalmente la Cassazione si è accorta che la legge elettorale è da rifare. Io lo vado dicendo dal 2006». Peccato che, appena un anno prima, fosse stato lui a inventarla.

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