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Il popolo dei «NO» che ferma il Paese

Sono 354 le opere di interesse pubblico bloccate a causa delle proteste Presentati i nuovi dati dell’Osservatorio Permanente Nimby Forum

Il popolo dei «NO» che ferma il Paese

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Molotov contro le forze dell’ordine, centinaia di persone sedute pronte a fermare gru e operai, gruppi in protesta contro le discariche e ancora: referendum sull’Ilva, manifestazioni a suon di tamburi contro le autostrade. I comitati crescono come i funghi, non importa cosa difendono conta quel «NO», sempre maiuscolo, sempre più grande nei loro simboli. Questo è il fenomeno del Nimby, Not In My Back Yard, (Non nel mio cortile). Poi ci sono i politici, grandi e piccini, che ad ogni progetto in sella al destriero bianco cavalcano la protesta, nella speranza di raccogliere voti. Sono talmente tanti da aver creato un nuovo fenomeno parallelo: Nimto, Not in my term of office, (non durante il mio mandato elettorale). Resta di fatto che come lo si voglia chiamare, o qualunque colpevole si possa cercare, il risultato è che a perderci è il Paese. A dimostrarlo i nuovi dati dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, l’unico database nazionale che dal 2004 monitora in maniera puntuale la situazione delle contestazioni contro opere di pubblica utilità e insediamenti industriali in costruzione o ancora in progetto. I dati raccontano di un fenomeno in continua espansione, si pensi che nel 2012 i progetti contestati raggiungono quota 354, con un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2011, il più significativo negli ultimi anni. Il rapporto inoltre spiega come in prima fila, sul fronte della protesta, si attestano quest’anno i Comitati (24,2%), che sottraggono il primo gradino del podio ai soggetti politici locali (20,7%), seguiti dai Comuni (18,3%). Un dato che fotografa un preoccupante testa a testa tra associazionismo e politica, la quale conferma un approccio spesso strumentale e non sufficientemente responsabile. Tra le ragioni della contestazione, il 2012 vede prevalere le preoccupazioni per l’impatto ambientale dei progetti: con un’incidenza del 37,3%, questa voce registra una crescita decisa rispetto al 2011 (29,1%), probabilmente anche a causa dell’effetto Ilva, che ha certamente acuito la sensibilità di tutti gli stakeholder territoriali rispetto al tema dell’ambiente.

Poco importa poi, se si ha ragione o no, poco interessa se la nostra burocrazia ambientale è tra le più stringenti del mondo e che se qualcuno ha ottenuto un permesso, avrà pure il diritto di poter mettere in atto il lavoro autorizzato. Invece no, non succede così. I termini si procrastinano all’infinito e tutto resta fermo. Basta sentire Alessandro Beulcke, Presidente di Aris, l’associazione che promuove l’Osservatorio Nimby Forum: «Da 8 anni l’Osservatorio ci restituisce la fotografia di un Paese ambizioso, ricco di intuizioni e progetti di sviluppo. Un Paese che si scontra, tuttavia, con i troppi No delle associazioni, dei cittadini, della politica, degli enti pubblici. L’incremento record di contestazioni nel 2012 racconta il paradosso di un’Italia divisa tra la necessità di investire per uscire dalla crisi e la paralisi della burocrazia, tra una progettualità che resiste e l’azione strumentale della politica, tra il coraggio di immaginare nuovi percorsi di sviluppo e l’assenza di meccanismi di autentico coinvolgimento dei territori». Insomma, gli investitori stranieri scappano, e le aziende del nostro Paese o ci lucrano grazie a cause e penali o ci perdono quattrini e tempo. Un fenomeno che come spiega l’ex Ministro dell’Ambiente Corrado Clini: «Non riguarda solo le proteste dei cittadini, ma è assai più complesso. Esiste una struttura normativa che permette queste disfunzioni. È impensabile che se per legge sono previsti 18 mesi, per autorizzare una determinata procedura, ci si metta dieci anni grazie a mille deroghe e sotterfugi».

Insomma, in Italia nulla si muove, in particolar modo nel campo energetico. Infatti, anche nel 2012, con 222 opere contestate (62,7% del totale), il comparto elettrico torna a posizionarsi alla testa della classifica dei settori maggiormente colpiti dalla sindrome Nimby. E a ricevere l’opposizione più dura sono stati proprio gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, a cui sono riconducibili 176 contestazioni sulle 354 totali. In particolare, su 10 impianti di produzione di energia elettrica oggetto di opposizioni, ben 9 prevedono l’uso di fonti rinnovabili. Paradossi italiani.

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