di Benedetto Ippolito Sono già passati tre giorni dalla dura requisitoria che il Pm Ilda Boccassini ha tenuto a Milano contro l'imputato Silvio Berlusconi al processo Ruby. Come è noto l'ex premier è indagato per concussione e prostituzione minorile. D'altronde, ascoltare con un minimo di serenità l'accusa dà subito l'impressione di una strana situazione, sebbene l'abitudine ormai a vedere il Cav alla sbarra renda regolare la gigantesca anomalia politica che si nasconde. Per capire conviene partire dal significato che ha per un cittadino comune essere imputato in un processo. In tale ottica la vera garanzia che offre lo Stato di diritto è che la magistratura inquirente e quella giudicante si muovano con imparzialità, applicando la regola aurea che la legge è uguale per tutti. Su questa base il processo Berlusconi, il processo Andreotti e quello di un Pinco Pallino qualunque sembrano assolutamente identici: l'indagato si difende, gli inquirenti accertano, i giudici assolvono o condannano. Qui, però, fa capolino subito la prima grande differenza che separa un processo anonimo e uno calato nel circo mediatico. Nel secondo caso, infatti, l'opinione pubblica condiziona le parti in causa e addirittura il giudizio finale. Per Berlusconi, in aggiunta, abbiamo perfino qualcosa di peggio. Egli è deputato e capo politico di un partito che rappresenta milioni di cittadini nella maggioranza di governo. La sua situazione non è paragonabile perciò neanche a quella di Andreotti che era imputato sì, ma su fatti del passato non più attinenti direttamente alla sua attività. Con buona pace della Boccassini e di chi magari è per indole un giustizialista, è chiaro che la legge, in questo frangente, non è fin dall'inizio equa con tutti. Ben inteso, un politico che compie un crimine deve essere chiamato a risponderne direttamente e pubblicamente. Ma chi accusa e giudica non può dimenticare che l'inquisito, in questo caso, è in sé una figura istituzionale. Ed è tale non perché ha un privilegio, quello di parlamentare o senatore, e neanche perché vi è magari il legittimo impedimento per il lavoro di governo che svolge: queste sono piuttosto delle conseguenze. La ragione per cui Berlusconi non è l'uomo qualunque sta nel fatto che la sua persona rappresenta una parte numericamente consistente di popolo italiano che lo vota, in lui si riconosce e per lui manifesta in piazza. L'unico modo per ritenere che questa condizione, non formale ma politica, sia irrilevante è affermare che lo Stato, di cui il potere giudiziario è elemento costitutivo, abbia una sovranità non democratica. Se, infatti, il popolo non ha nessun potere, è la stessa cosa essere o no Berlusconi. Ma se, invece, il consenso è un elemento essenziale della democrazia, allora bisogna fare attenzione a non mettere sotto giudizio e magari nell'illegalità una parte intera di cittadini sovrani. Accusare Berlusconi di concussione e prostituzione minorile va bene, ma chiedere l'interdizione a vita dai pubblici uffici è un pericoloso attacco politico dello Stato alla democrazia giacché si giudicano illegittimi alcuni deputati e, quindi, senza diritti gli elettori che decidono di farsi rappresentare politicamente da tali imputati. Con queste ovvie considerazioni andiamo direttamente al centro della questione giustizia, dibattuta da sempre in Italia, la quale non è altro che il modo concreto con cui si celebra nell'altare delle procure un conflitto lacerante e profondissimo tra poteri dello Stato, ossia tra organi istituzionali che sono per funzione non democratici e persone le quali, per il consenso che ricevono, incarnano direttamente i loro elettori. D'altronde, da questo scherzetto non se ne esce né con l'assoluzione, né con la condanna di Berlusconi. Il problema è un altro. Prima ancora di cambiare la legge elettorale e prima ancora di qualsiasi altra riforma, bisogna ricucire alla base lo strappo tra magistratura e democrazia. E per farlo bisogna rendere elettivo il vertice dello Stato, vale a dire la presidenza della Repubblica che coordina e tiene uniti i distinti poteri rappresentando l'unità nazionale. Quando, infatti, il capo dello Stato è votato a suffragio universale dai cittadini, il conflitto tra politica e magistratura non ha più alcuna ragion d'essere.
Al Colle con il voto dei cittadini
di Benedetto Ippolito...