di Ruggero Guarini La requisitoria della Boccassini al processo sul caso Ruby lascia intravedere una natura così virtuosa che non è esagerato giudicarla degna della sublime facezia con cui Danton, almeno secondo il geniale George Buchner, che gliela attribuì nel bel dramma che dedicò alla sua tragica fine ("La morte di Danton"), onorò il suo amico Robespierre quando capì che questi, aveva ormai deciso di mandarlo al patibolo. «Maximilien, - gli disse, chiamandolo affettuosamente per nome - sei così virtuoso che per te la vita stessa è un vizio». E chiarì meglio il concetto con questa battuta strepitosa: «Tu, con la tua virtù, Robespierre! Tu non hai preso denaro, tu non hai fatto debiti, tu non ti porti a letto le ragazze, indossi sempre un vestito decente, non ti sei mai ubriacato. Robespierre, sei di una rettitudine rivoltante. Io mi vergognerei di aver corso fra cielo e terra sempre con la stessa fisionomia morale, soltanto per il gusto di trovare gli altri peggiori di me. Non c'è dunque niente in te che qualche volta, sottovoce, segretamente, ti abbia detto che tu menti? La tua coscienza è uno specchio di fronte al quale si tormenta una scimmia. Ognuno si imbelletta come può e si cava il proprio divertimento. Val proprio la pena di prendesi per i capelli per questo? Sei forse il poliziotto del cielo?». Sull'argomento il dramma di Buchner non è del resto un caso letterario eccezionale. I magistrati, certo, devono essere rispettati: su questo non ci piove. Ma la grande letteratura non li ha mai rispettati troppo, e nemmeno su questo non ci piove. E il testo antico più micidiale sul tema è ovviamente Le vespe, la splendida commedia in cui Aristofane denunciò e derise la furia giustizialista dei sicofanti del suo tempo. Decisamente infami sono anche quei giudici che secondo il nostro Guicciardini permettono che "la verità sia suffocata dalle calunnie". Ma soprattutto memorabili sono certe battute di Shakespeare sul fariseismo di certi magistrati. Eccone una: «Il nuovo magistrato mi rimette in vigore antiche leggi che stavano da circa vent'anni appese al muro come armi polverose, mai brandite. Ma lui, per farsi un nome, mi colpisce con quei vecchi decreti sonnacchiosi. Soltanto per farsi un nome!» (Misura per misura, I, 3). Eccone un'altra: «Se i potenti potessero tuonare come lo stesso Giove, il dio non avrebbe mai quiete, giacché allora ogni piccolo, oscuro magistrato userebbe il suo cielo solo e sempre per tuonare! Cielo misericordioso, tu con la tua folgore acuta e sulfurea fendi piuttosto la quercia nodosa e inattaccabile dal conio che non il molle mirto; ma l'uomo, l'uomo orgoglioso, vestito d'una breve autorità, che più ignora ciò di cui è più certo, la sua vitrea essenza, come scimmia rabbiosa fa lazzi così stravaganti al cospetto dell'eccelso cielo da farne lacrimare gli angeli, i quali, avessero la nostra milza, creperebbero dalle risate». (Misura per misura, II, 2). Ed eccone una terza, rivolta a uno sbirro che potrebbe anche essere un magistrato: «Via la mano brutale, infame sbirro! Te stesso frusta, non quella puttana.! Tu bruci dalla voglia di fare con lei ciò per cui la punisci!?» (Re Lear, IV, 6). Pacatamente feroci le parole che Tolstoi, in Guerra e pace, fa dire al suo soave Platòn Karatàev: «Dov'è un tribunale, è l'iniquità». E di stupefacente attualità resta il profetico passo in cui Nietzsche, in "Genealogia della morale", denuncia le pretese di coloro che fomentano l'eterna congiura degli invidiosi: "Che cosa vogliono, veramente? Per lo meno rappresentare la giustizia, l'amore, la saggezza, la superiorità - è questa l'ambizione di questi infimi! E come rende abili una tale ambizione! Si ammiri infatti l'abilità da falsari con cui qui viene imitato il conio della virtù, persino il tintinnio, il dorato tintinnio della virtù. "Noi soltanto siamo i buoni, i giusti - dicono costoro, - noi soltanto siamo gli uomini di buona volontà". Si aggirano tra noi come rimproveri viventi. Oh, quanto costoro sono pronti, in fondo, a far espiare! Quanta è la loro sete di diventare carnefici! Pullulano tra loro i bramosi di vendetta travestiti da giudici, che hanno sempre in bocca una bava avvelenata, sempre con una smorfia sulle labbra, sempre pronti a sputare su tutto quanto non ha l'aria scontenta e va di buon animo per la sua strada. Fra costoro non manca neppure quella nauseabonda genia di vanitosi, aborti di menzogna, che mirano a fare da anime belle, e a esibire sul mercato, avvolta in versi e in altri pannolini, la loro malconcia sensualità come purità di cuore: la genia degli onanisti morali». Delizioso infine l'aforisma con cui Kark Kraus, in quell'abbagliante pamphlet che è Morale e criminalità, trafisse l'eterno filisteismo in rebus eroticis della magistratura di ogni tempo: «Nell'amore non c'è niente di scandaloso finché non ci mette il naso quell'intruso che è il giudice morale».
Letterati nemici dei giudici
di Ruggero Guarini...