Politica

Anche al premier conviene un Cav al sicuro dai processi

Arrivato nell’Abbazia senese di Sarteano per «fare spogliatoio» con il suo governo sotto una pioggia torrenziale, non so se il presidente del Consiglio abbia trovato davvero il tempo, il modo e la voglia di fare quello che Eugenio Scalfari si aspettava da lui. E gli aveva chiesto in modo più o meno perentorio nel solito editoriale domenicale della sua Repubblica di carta. Cioè una lavata di capo al vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano, suppletiva a quella procuratagli dalla pioggia: un vero e proprio «aut aut», per ripetere le parole di Scalfari. Che, al pari di molti dirigenti del Pd, ha deplorato la presenza di Alfano e altri ministri del Pdl il giorno prima nella piazza di Brescia dove Silvio Berlusconi ha colto l’occasione di un comizio per le elezioni comunali anche per ribadire le sue ormai notissime opinioni e proteste contro i magistrati che da tanto tempo e con tanta ostinazione si occupano di lui. Mi riferisco naturalmente ai giudici che a Milano hanno appena condannato anche in appello il leader del Pdl a quattro anni di reclusione e cinque d’interdizione dai pubblici uffici per presunta frode fiscale sui diritti televisivi. E quelli dai quali, sempre a Milano, pubblici ministeri e avversari politici si attendono a breve una condanna del Cavaliere in primo grado per presunta concussione e prostituzione minorile. Per non parlare di altri processi già in corso o in arrivo tra Milano e Napoli. Potrò sbagliare ma, a dispetto delle apparenze, non credo che il presidente del Consiglio si sia lasciato influenzare e tanto meno intimidire dal suo pur influente elettore Scalfari: elettore dichiarato del Pd nelle votazioni di fine febbraio e, prima ancora, dello stesso candidato a Palazzo Chigi sostenuto da Enrico Letta nelle primarie del cosiddetto centrosinistra: Pier Luigi Bersani. Che ha concluso notoriamente la sua avventura come peggio francamente non poteva, cioè prima mancando il governo e poi perdendo la segreteria del partito. Piuttosto che intimare ad Alfano, come avrebbe appunto voluto Scalfari, di «non farlo più», penso che il presidente del Consiglio, nel concordare con lo stesso Alfano la richiesta ai ministri di «non partecipare a manifestazioni e dibattiti», in vista delle imminenti elezioni amministrative, «che non siano incentrati sul programma di governo in relazione ai rispettivi dicasteri», si sia in cuor suo augurato che Berlusconi non abbia più occasioni di doversi occupare con tanta delusione e preoccupazione dei suoi processi nei comizi ai quali ha il sacrosanto diritto come leader politico. Un diritto che di eversivo francamente ha avuto l’altro ieri a Brescia solo il boicottaggio tentato con insulti e minacce dai soliti malintenzionati. Non avere più occasioni di protestare e temere per i suoi processi significa per il Cavaliere ottenere finalmente nei tribunali un trattamento, diciamo così, ragionevole. Tale francamente non è apparso, per esempio, quello dei giudici milanesi di appello che hanno ritenuto di potere confermare la condanna sulla vicenda dei diritti televisivi pur sapendo che la sentenza di primo grado, e tutto ciò che le è seguito, potrebbe essere sostanzialmente azzerato dalla Corte Costituzionale. Dove pende un legittimo ricorso per il diritto arrogatosi dai giudici di prima istanza di non considerare in una udienza del 2010 motivo di legittimo impedimento dell’imputato una riunione del Consiglio dei Ministri solo perché a convocarla era stato lui. E chi altro avrebbe potuto e dovuto farlo, di grazia, se a presiederlo allora era appunto Berlusconi? Si stenta francamente a immaginare come ragionevole, e non solo come legittima, l’interferenza di un tribunale nella convocazione del Consiglio dei Ministri e nella valutazione della sua agenda. A proposito di agenda, quella del governo nel ritiro senese prescinde per fortuna dai processi di Berlusconi, riguardando i temi della casa, del lavoro e delle riforme istituzionali. Il resto è chiacchiera.

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