Leggo che oggi, in Italia, nonostante la crisi e gli effetti spesso tragici della disoccupazione, ci si ammazza meno che in ogni altra nazione europea. Leggo anche che, nonostante i noti guai del nostro Sud, la regione italiana in cui si registra il minor numero di suicidi è la Campania. L’anno scorso, nel nostro Paese, secondo gli ultimi dati dell’Istat, si sono tolti la vita 2.012 italiani, pari a 5,6 ogni 100,000 abitanti, ossia suppergiù un quinto dei suicidi in Germania e in Francia (rispettivamente 10.000 e 11.000). In Campania, poi, il numero dei suicidi è ancora più basso: 2,6 ogni 100.000 abitanti, mentre nelle regioni settentrionali il tasso è ben più elevato (9,8 nel Friuli, 9 in Val D'Aosta e 8,7 nel Trentino). Quale sarà la ragione di questa nostra lieta inferiorità sul fronte suicidario? Confesso che di ragioni non riesco a trovarne nessuna. Nel caso che al contrario dalle statistiche risultasse che in Italia ci si uccide un po’ più spesso che altrove in Europa riuscirei invece a trovarne almeno una: la trasformazione del nostro Paese da Bel Paese in Paese spazzatura. E questo vale, in particolare, proprio per la Campania, un tempo detta, per la sua suprema bellezza, fertilità e salubrità, "Campania felix", ma diventata da un pezzo la più grande discarica europea. Evidentemente un allegro monaciello sta riuscendo a farci credere che siamo ancora pur sempre, nonostante il disastroso mutamento del nostro ambiente, i felici abitatori della terra di una volta. La misura di questo disastro naturalmente sfugge, specialmente in Campania, alle ultime generazioni. Esse tuttavia potranno immaginarne l’entità leggendo almeno alcune delle innumerevoli pagine dei tanti amtichi autori che celebrarono la strepitosa bellezza di quella terra. Per ricordare l’esempio più famoso, ricorderò il bellissimo passo che al tempo di Adriano le dedicò Publio Annio Florio. O le toccanti parole con cui Goethe, in una sua lettera del marzo 1787, descrisse l’emozione che provò durante il suo primo soggiorno a Napoli. Ecco il passo del poeta e storico romano (che fra l’altro era di origine africana): "La Campania è la regione più bella non solo d’Italia, ma di tutto il mondo. Non c’è niente di più dolce del suo clima: basti dire che la primavera vi sboccia due volte. Non c’è niente di più fertile del suo suolo: si dice che là gareggino Cerere e Bacco. Niente di più ospitale del suo mare: vi si trovano i famosi porti di Gaeta e di Miseno, di Baia dalle tepide fonti, il Lucrino e l’Averno, quasi luoghi di riposo del mare. Qui ci sono monti cinti di vigneti, il Gauro, il Falerno, il Massico e, più bello di tutti, il Vesuvio, che rivaleggia col fuoco dell’Etna. Ci sono città volte al mare: Formia, Cuma, Pozzuoli, Napoli, Ercolano, Pompei e la stessa loro capitale Capua, un tempo annoverata fra le tre più grandi città (del mondo) con Roma e Cartagine". Ed ecco la lettera di Goethe: "Oggi ho ricevuto le vostre care lettere del 19 febbraio, cui desidero rispondere immediatamente. Quanto mi fa piacere trattenermi col pensiero con gli amici! Napoli è un paradiso dove si vive in un inebriato oblio di sé. Così è anche per me; faccio fatica a riconoscermi, mi sembra di essere un altro. Ieri pensavo: "O eri matto prima, o lo sei adesso!". Ho fatto una gita per andare a visitare le rovine antiche di Capua e i dintorni. Solo in questa regione si può comprendere cosa sia la vegetazione e perché si coltiva la terra. Il lino è prossimo alla fioritura. Il grano è alto una spanna e mezza. La zona intorno a Caserta è tutta pianeggiante, i campi sono lavorati con un’uniformità che ricorda le aiuole dei giardini. Ovunque svettano pioppi cui si allacciano le viti, e malgrado l’ombra, la terra produce frutti in quantità. Che cosa mai potrà succedere all’arrivo della primavera?". Sono due passi arcinoti. Perché dunque citarli? Perché possono aiutarci a ricordare quale privilegio straordinario fosse un tempo esser nati in quel paradiso che abbiamo forse perduto per sempre. E quanto caparbio sia quel genietto che, a dispetto di ogni nostro disastro ambientale, ancora riesce a convincerci che la nostra terra sia tuttora, come dimostra appunto il relativamente basso numero dei suicidi che vi si registrano, il più felice luogo della terra.
La Campania umiliata
di Ruggero Guarini...