Politica

I rischi di una segreteria balneare

di Francesco...

di Francesco Damato Pier Luigi Bersani ha dunque lasciato davvero la segreteria del Pd passando la mano all'ex segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Gli sono costati cari gli errori commessi prima, durante e dopo la campagna elettorale: dall'alleanza con Nichi Vendola alle primarie a doppia mandata pur di farle perdere a Matteo Renzi; dalla sottovalutazione di Silvio Berlusconi, scambiato con il comico Maurizio Crozza per un giaguaro malmesso e smacchiabile, all'inutile e penoso corteggiamento dei grillini nel nuovo Parlamento; dall'inquietante braccio di ferro con il presidente della Repubblica per la formazione di un governo di presunto "cambiamento" e di sicura minoranza al tentativo fallito di mandare al Quirinale un successore di Giorgio Napolitano, in particolare Romano Prodi, disposto a consentirgli quella spericolata avventura all'inizio della legislatura, e nel bel mezzo di una grave crisi economica, finanziaria e sociale. In compenso, Bersani è riuscito a inventare, a preparare e a far passare ieri per la sua successione, in attesa di un congresso convocato "entro" ottobre, un segretario di minoranza del suo partito. Il povero Epifani, che tanto poco puntava a questo risultato da farsi prenotare e assegnare nei giorni scorsi alla Camera la presidenza della commissione delle attività produttive, è stato ieri eletto al vertice del Pd dall'assemblea nazionale, in mancanza di concorrenti, con 458 voti. Pari, secondo il trionfalistico annuncio ufficiale, all'85,8 per cento dei 594 votanti. I quali, però, sono stati a loro volta circa la metà del migliaio dei componenti dell'assemblea, in gran parte quindi tenutisi più o meno polemicamente lontani da questo pur importante passaggio della vita interna del loro partito, per quanto i dirigenti si fossero presi una settimana in più di tempo per organizzarlo, dopo l'annuncio e la conferma delle dimissioni irrevocabili di Bersani. Come si faccia in simili circostanze a giocare con le percentuali e ad ostentare successo e compiacimento, non si riesce francamente a capire. Un segretario o una segreteria più o meno balneare e di minoranza, visto che presto Epifani si farà circondare da collaboratori nel pur breve percorso del congresso, potrebbe a prima vista apparire meno rischioso, o più accettabile, di quel governo di minoranza lungamente sognato dall'ex capo del Pd dopo gli inconcludenti risultati elettorali di fine febbraio. Che gli avevano assicurato la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari solo alla Camera, grazie al premio di una legge elettorale tanto vituperata pure da lui e arcinota ormai come porcata. Lasciandolo invece al Senato in una palude. Ma la minore pericolosità di un segretario o segreteria di minoranza del Pd rispetto ad un governo minoritario vale appunto a prima vista, come dicevo. In realtà, lo stato di debolezza del partito che Epifani ha ereditato da Bersani, e che onestamente egli stesso ha definito "un'organizzazione in difficoltà", simile ad altre che gli "è toccato in passato di aiutare come sindacalista", è un grave handicap per il governo, questa volta di maggioranza, che l'ex segretario del Pd Enrico Letta ha appena formato in alleanza con il Pdl di Silvio Berlusconi, e con i neo-centristi di Mario Monti, all'insegna della emergenza. O della "eccezionalità", come lo stesso presidente del Consiglio ha preferito dire davanti all'assemblea del suo partito. Altro che i processi ormai seriali del Cavaliere e le manifestazioni di solidarietà elettorale e personale per lui, come quella svoltasi ieri a Brescia fra le proteste e i timori di "mine" espressi da tanti esponenti del Pd. Fra i quali ce ne sono di francamente, politicamente ed eccessivamente sfacciati. Come la ex presidente Rosy Bindi, che ha speso il suo intervento alla Fiera di Roma, confortata - ha detto - da tanti messaggini telefonici di "ben tornata", per contestare il concetto della "pacificazione" a proposito degli inediti rapporti di collaborazione al governo con il Pdl berlusconiano. E quando si è occupata finalmente in modo autocritico del suo partito, la signora lo ha fatto solo per deplorare e invitare ad uscire allo scoperto i cento e rotti parlamentari del Pd rifiutatisi di votare nel segreto delle urne di Montecitorio per l'elezione di Prodi al Quirinale. Non una parola, non un cenno di rimprovero ai duecento e più che prima ancora di quel passaggio, sempre dall'interno del Pd, avevano rifiutato il loro voto al povero Franco Marini, anche lui candidato ufficialmente dal partito al Quirinale. Ma colpevole evidentemente di volere proprio quella pacificazione tanto sgradita a Bindi, amici e compagni.

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