di Benedetto Ippolito Mentre l'esecutivo Letta muove con passo felpato i primi atti di governo, la partita politica appare apertissima. Il Pd ieri ha trovato in Epifani il proprio traghettatore e il Pdl ha riunito a Brescia il suo popolo in una convention elettorale di sostegno al candidato sindaco Paroli. Le polemiche non si sono fatte attendere soprattutto per quest'ultimo evento che ha visto la presenza di Berlusconi e di alcuni ministri. Come accade ormai abitualmente, ai maggiorenti del centrodestra è chiesto di non fare politica unicamente perché ciò sembra incompatibile con i ruoli istituzionali ricoperti. Ma ciò si rivela paradossale prima ancora di essere assurdo. Certamente l'appuntamento di Brescia va molto oltre la contingenza perché Berlusconi è intervenuto pubblicamente in pratica a poche ore dalla condanna in appello del processo di Milano che lo trova imputato per corruzione. Perciò il centrosinistra l'ha giudicato un tentativo di animare la folla contro la sentenza e contro la magistratura. Il ragionamento, invero, è sibillino e privo di ogni sostanza. Dopo vent'anni che la politica in Italia si è avvitata attorno alla contrapposizione tra Berlusconi e il giustizialismo, ecco che il centrosinistra pretende che i capi di dicastero del Pdl non partecipino a un evento per sostenere un proprio candidato e per supportare il capo della propria squadra. Una richiesta singolare. Ancora una volta il Pd sembra non uscire dall'ossessione che ormai da anni lo assale e lo inchioda in un angolo. Siamo in una fase politica in cui non solo tutti parlano di seppellire un periodo storico segnato dalla distinzione amico-nemico, ma addirittura una figura come Napolitano accetta di essere confermato al Quirinale purché il Paese esca dalle secche in cui questa guerra civile l'ha tristemente scaraventato. Sebbene abbia tutto l'interesse a utilizzare il crescente consenso personale in chiave elettorale, anche ieri a Brescia Berlusconi ha fatto capire, invece, di distinguere nettamente il sostegno a Letta, che serve al Paese, dalla propria battaglia politica, che non riguarda soltanto lui ma sei milioni di Italiani. Proviamo a riflettere con il massimo dell'obiettività. Berlusconi era un imprenditore come gli altri fin quando non ha deciso di entrare in politica. Da allora è stato sottoposto a una miriade di indagini giudiziarie e ad attacchi violentissimi in tutte le direzioni. Può piacere o no, ma è certo che tutto questo non è stato fatto per ragioni morali e legali, ma per schiacciare il consenso enorme che egli ha catalizzato e mobilitato attorno a sé. Il fatto stesso che anche ieri non siano mancati esponenti politici che abbiano gridato allo scandalo e centri sociali che abbiano compiuto atti di violenza spiega molto più di ogni esegesi cosa anima realmente l'antiberlusconismo. È vero che in democrazia la legalità è un principio importantissimo. Chi lo negherebbe. È vero che la Repubblica deve avere una magistratura libera e indipendente che giudichi il comportamento di tutti i cittadini, potenti o meno che siano. Ma non si può trascurare la legittimità che il consenso attribuisce ai leader politici senza soffocare e piegare la sovranità popolare con strumenti illegittimi, autoritari e illiberali. Alcuni è vero gridano allo scandalo pensando al contegno licenzioso di Berlusconi. Bisognerebbe, tuttavia, scandalizzarsi in modo maggiore quando si ricordano le gesta di presidenti della Repubblica che hanno assecondato operazioni di palazzo per negare i responsi delle urne o avallato accanimenti mediatici che impediscono ancora oggi, nel periodo delle larghe intese, a una parte rilevante del Paese di esprimere serenamente le proprie idee in materia di famiglia, libertà, lavoro, tasse. È molto positivo, dunque, che Berlusconi abbia parlato ieri a Brescia. È molto positivo che alcuni suoi rappresentanti di partito e di Governo siano stati lì con lui. Di negativo ci sono, semmai, la prepotenza di una certa sinistra e il modo forcaiolo e moralista con cui i progressisti tentano di camuffare l'enorme crisi che li attraversa attraverso la reiterata e continua volontà di delegittimare l'avversario ad ogni costo. Un Paese normale avrebbe ieri avuto la nomina di Epifani, antica voce autorevole della Cgil, e il comizio di Berlusconi: senza scandali, senza polemiche e senza violenze. Noi ancora no. In Italia valgono sempre due pesi e due misure.
Chi vuole delegittimare il Cav
diBenedetto...