Presidente del Consiglio per sette volte, ministro ancora di più, capogruppo della Dc a Montecitorio una volta, a Giulio Andreotti mancarono la segreteria del partito, la Presidenza della Camera e la Presidenza della Repubblica per fare l'en plein nella sua lunghissima carriera politica. «Alla segreteria della Democrazia Cristiana non ho mai puntato perché non mi ci sento portato», mi disse quando provai a sfidare la sua «impenetrabilità», come la chiamava Indro Montanelli. Ed ebbi la sensazione che fosse sincero, non facesse come nella famosa favola della volpe con l'uva. Gli bastava e avanzava probabilmente la possibilità di condizionare più di un segretario dell'allora partito di maggioranza, pur disponendo di una piccola corrente in quell'arcipelago che era diventato lo scudo crociato. Alla Presidenza della Camera invece egli mi confidò, sempre in quell'occasione, che gli sarebbe piaciuto arrivare piacendogli «da morire» l'attività parlamentare, snobbata invece da tanti altri, attratti di più dall'azione o carriera di governo. «Ma non ho mai avuto la possibilità di concorrervi», mi spiegò con un sorriso che mi parve un po' beffardo, e polemico. Probabilmente egli voleva alludere ad una vicenda del 1973. Quando la sua prima esperienza di presidente del Consiglio, alla guida di un governo di centro, si concluse per un accordo raggiunto fra i capicorrente democristiani riuniti da Amintore Fanfani, allora presidente del Senato, alla vigilia di un congresso che sembrava destinato a confermare Arnaldo Forlani alla segreteria democristiana e lui, Andreotti, a Palazzo Chigi. In quella riunione fu invece deciso che alla segreteria sarebbe tornato lo stesso Fanfani e alla presidenza del Consiglio Mariano Rumor per ripristinare l'alleanza con i socialisti. Che si era interrotta all'inizio dell'anno precedente, dopo una sofferta elezione di Giovanni Leone a presidente della Repubblica con una risicata maggioranza di centrodestra. Fu allora che Andreotti si aspettò forse di essere destinato al vertice di Montecitorio, dove invece l'intesa fra i capicorrente, che assunse il nome di Palazzo Giustiniani, dal luogo dove si svolse la riunione, previde l'arrivo di Aldo Moro. Che tuttavia fallì per il rifiuto dell'allora presidente della Camera Sandro Pertini di dimettersi. Di una sua aspirazione al Quirinale, francamente, non mi è mai capitato di parlare con Andreotti. Che tuttavia lo mancò per poco nella primavera del 1992, alla scadenza del mandato di Francesco Cossiga. Da presidente del Consiglio uscente, quella volta a capo di un'alleanza di governo fra democristiani, socialisti, socialdemocratici e liberali, egli aveva buone carte da giocare per la partita del Colle. Forlani, tornato da tre anni alla segreteria del partito, gli aveva personalmente detto: «Ora, Giulio, tocca a te». E la designazione era stata condivisa in una riunione della maggiore corrente della Dc, che era chiamata «Il grande Centro», dove erano confluiti forlaniani ex-fanfaniani, dorotei e centristi. Ma all'ultimo momento, poche ore prima che cominciassero le votazioni parlamentari, indette per il 13 maggio, Craxi chiese che a candidarsi fosse il segretario del partito di maggioranza in persona. Il quale accettò dopo non poche esitazioni, consapevole di una consolidata tradizione contraria all'elezione al Quirinale di un segretario in carica del principale partito. La situazione politica era molto tesa. Soffiavano dalla Procura di Milano venti fortissimi contro uomini e gruppi di governo. A quei venti erano in molti a pensare che solo Andreotti avrebbe potuto dal Colle più alto di Roma tenere testa, per cui non tutti i parlamentari della Dc, e neppure quelli del Psi, nel segreto obbligatorio delle urne parlamentari, ulteriormente protetto da un gabbiotto allestito apposta nell'aula di Montecitorio, votarono per Forlani. Il quale al secondo scrutinio mancato, per quanto avesse preso più voti che nel primo, si ritirò in buon ordine, fra la sorpresa e le proteste dei suoi più impegnati sostenitori. Nel 2008, in un libro-intervista intitolato «Potere discreto», Forlani avrebbe liquidato così il sospetto di una regia dello stesso Andreotti dietro i «franchi tiratori» che gli avevano bloccato 16 anni prima la strada del Quirinale: «Da lui personalmente non poteva venire alcuna contrarietà. Se qualcuno dei suoi non era d'accordo io sapevo che lui non c'entrava». Convinti che ci fossero ancora spazi per una candidatura di Andreotti, pur dopo il naufragio del segretario del partito, molti suoi amici si prodigarono per crearne le condizioni. Si sprecarono frenetici tentativi di strappare segnali di disponibilità a Craxi e alle opposizioni, di destra e di sinistra. Pressioni furono esercitate, tramite Gianfranco Miglio, anche sui leghisti, appena sbarcati in Parlamento con 55 deputati e 25 senatori e tentati dall'idea di sostenere invece la rielezione di Cossiga. Ma il 23 maggio sopraggiunse la strage di Capaci, dove la mafia ammazzò il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutta la scorta. Il colpo fu micidiale per gli uomini della politica e delle istituzioni, che reagirono affrettandosi a chiudere il capitolo delle votazioni parlamentari in corso da ormai dieci giorni per l'elezione del capo dello Stato. Il paradosso volle pertanto che proprio la mafia, che lui sarebbe stato poi accusato dalla Procura di Palermo di avere a lungo aiutato, interruppe con quella strage ogni tentativo parlamentare di portare Andreotti al Quirinale. La scelta fu infatti ristretta ai presidenti delle Camere. Due giorni dopo, al sedicesimo scrutinio, fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, preferito al presidente del Senato Giovanni Spadolini. Ad Andreotti sarebbero rimasti solo il laticlavio, concessogli l'anno prima da Cossiga, e le traversie giudiziarie.
Quel Colle mancato fra tensioni e trattative
Il casoNella primavera 1992 ci andò vicino Forlani gli disse: «Ora, Giulio, tocca a te»