Ha detto Victor Hugo che «la libertà comincia dall’ironia». Anche, e forse soprattutto, da quella su se stessi. Giulio Andreotti non è stato «soltanto» un pezzo della storia d’Italia: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, tre volte ministro delle Partecipazioni statali, due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno, ministro dei Beni culturali e delle Politiche comunitarie. È stato anche, e sarà di certo ricordato in questo modo, un maestro di ironia. Un battutista tempestivo e sofisticato. La brevità gli veniva anche dal mestiere di giornalista. Ha collaborato per anni con Il Tempo , curando la rubrica delle lettere. Pure in quello spazio non rinunciava al motto di spirito. Ancora adesso le battute di Giulio Andreotti sono parte del lessico quotidiano, anche fuori dal Palazzo. «Il potere logora chi non ce l’ha». È uno degli aforismi più celebri anche se la frase non è sua, bensì, almeno così spiegano gli storici, del celebre politico e diplomatico francese del Settecento, Charles Maurice de Tayllerand. Ma sono tante le sue «uscite» celebri. Era il 17 febbraio del 1991. Andreotti disse: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». L’occasione fu il convegno dei giovani amministratori della Dc. Rispose in questo modo a Ciriaco De Mita che aveva detto: «È meglio andare alle elezioni anticipate che tirare a campare». Il Divo Giulio replicò a tono: «Non mi pare che tiriamo a campare. Tra l’altro quella di De Mita è una bella frase d’effetto romanesca. Comunque è meglio tirare a campare che tirare le cuoia». C’è una sua riflessione che è diventata una massima di uso comune: «A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina». Oppure resterà scolpita nella memoria la frase che pronunciò dopo il lungo calvario processuale per mafia. Andreotti disse: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto». Non si smentì nemmeno dopo la sentenza d’appello del processo. Andreotti venne assolto ma la sentenza considerò prescritti i reati anteriori al 1980. I giudici di Palermo scrissero nelle loro motivazioni che era esistita «un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980». Lui si limitò a commentare: «È andata bene». Poi aggiunse: «Evidentemente i processi mi allungano la vita. Quando tutto è cominciato avevo 74 anni e c’era chi pensava che mi sarei tolto di torno presto. Così non è stato. Non mi sono tolto di torno». Sull’umiltà ha detto: «È una virtù stupenda, ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi». O sulla ragione: «Non basta averla, bisogna avere anche qualcuno che te la dà». Andreotti aveva pensato anche alla morte, come tutti gli uomini. Ma a modo suo: «Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto, so che non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì, ma su questo ho le carte in regola». O anncora: «Considero il sopravvivere una grazia di Dio». Nelle sue frasi, Andreotti aveva citato anche la cattiveria, sottolineando quanto sia pericolosa, anzi «pericolosissima» quella dei «buoni». E a proposito di cattiveria, il senatore ha inserito questa parola in un’altra delle sue frasi, quella dedicata al film «Il Divo», ispirato alla sua figura, ma che a lui non è piaciuto: «È molto cattivo, è una mascalzonata direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto». Ironico e anche abbastanza scaramantico, Andreotti. Come quando qualcuno pensò di organizzare una festa per i suoi 90 anni, nel 2009: «Di feste in mio onore ne riparleremo quando compirò cent'anni».
Invincibile con l’arma dell’ironia
di Alberto Di MajoHa detto Victor Hugo che «la libertà comincia dall’ironia». Anche, e forse soprattutto, da quella su se stessi. Giulio Andreotti non è stato «soltanto» un pezzo della storia d’Ital...