Ieri a Roma si è spento Giulio Andreotti. Il suo profilo biografico nazionale non è soltanto legato alla sua città, ma alla parte eterna di Roma, quella che ha nel Vaticano il suo riferimento obbligato. Di tutta la generazione che dopo la caduta del fascismo ha seguito Alcide De Gasperi nella Democrazia Cristiana, egli è stato il più autentico erede politico e chi ha incarnato il rapporto intrinseco e indissociabile tra lo Stato e la Chiesa, tra la Repubblica e la Santa Sede. Andreotti è stato il più romano dei politici italiani, e anche quello che più ha incarnato il suo animus cattolico. Fin dalla prima esperienza politica, nel dopoguerra, la sua vicenda personale è inseparabile da quella di alcune grandi figure ecclesiastiche. In primo luogo Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, allora assistente ecclesiastico della Fuci e sostituto della Segreteria di Stato, che aveva notato il giovane e lo aveva raccomandato a De Gasperi. Ciò lo portò a essere conosciuto, apprezzato e nel '47 portato al Governo come sottosegretario. Da quel momento in poi si stabilirono due costanti nella traiettoria andreottiana: un legame diretto con la Curia e una partecipazione costante al Governo. Durante la parte finale del pontificato di Pio XII il contorno di Andreotti si definì anche dal punto di vista strategico. Mentre Amintore Fanfani lavorava incessantemente per emancipare il partito dalla dipendenza diretta del Vaticano, attuando progressivamente la cosiddetta «apertura a sinistra», Andreotti divenne il punto di riferimento conservatore della gerarchia ecclesiastica, allora dominata dal cosiddetto «Pentagono Vaticano», costituito appunto da cardinali tradizionalisti come Siri, Ottaviani, Tardini, Ruffini e Pizzardo. Andreotti era garanzia di tenuta politica e interlocutore perfetto per mantenere all'interno di un equilibrio occidentale e filo atlantico l'Italia, opponendosi moderatamente ai nuovi orientamenti riformisti e progressisti interni ed esterni alla DC. Soprattutto dagli anni Sessanta, e in particolare durante il pontificato di Paolo VI, Andreotti fu a lungo da Ministro della Difesa garante della stabilità geopolitica dell'Italia, all'interno del complesso equilibrio internazionale della Guerra Fredda. Fu proprio questo suo ruolo di garanzia nel mantenimento dell'ordine democratico che lo portò nel 1972 alla presidenza del Consiglio. Lo strettissimo rapporto con Papa Montini fu anche l'elemento decisivo che spinse Moro ad affidare il Governo di solidarietà democratica con l'astensione del PCI proprio ad Andreotti nel '78. Sotto ogni punto di vista egli era per la Chiesa italiana il punto di maggior vicinanza e concretezza. In questo senso, i suoi Diari dal '76 al '78 mostrano un Andreotti pragmatico, attento al dialogo con i comunisti, ma perfettamente consapevole che la partecipazione della sinistra al Governo non potesse rappresentare nessun distanziamento da quel ruolo di garanzia che la DC rappresentava al centro nei riguardi soprattutto della Santa Sede. In questo si deve riconoscere la profonda differenza che vi era nel rapporto di Montini con Andreotti e con Moro. Se verso il secondo Paolo VI aveva un trasporto quasi filiale, verso Andreotti vi era la certezza di una lealtà verso gli Alleati e di una fedeltà verso la Chiesa che andavano ben oltre l'affetto personale. Anche negli anni Ottanta, i rapporti tra Andreotti e la Santa Sede sono cruciali per intendere la storia italiana. Karol Woytila, il primo pontefice polacco della storia, ha stabilito uno strettissimo legame con il politico romano. Basti pensare non soltanto al ruolo che Andreotti svolse nell'Ostpolitik e nella revisione del Concordato, ma alla solidarietà personale che Giovanni Paolo II gli tributò durante il processo che lo coinvolse negli anni Novanta. Certamente, dall'angolo contemporaneo, non è difficile riconoscere che il talento politico, la capacità di muoversi all'interno di una società così complessa e il rapporto sapiente con le gerarchie ecclesiastiche sono stati tra i punti di forza essenziali dell'andreottismo, ma è altrettanto importante rendersi conto che la fortuna di Andreotti è dipesa in modo decisivo dall'intelligenza personale e dall'affidabilità che egli garantiva anche nel privato. Si può dire, insomma, che Andreotti aveva una conoscenza profonda, anche dal punto di vista culturale, delle molte contraddizioni che attraversano la realtà italiana ed era consapevole a pieno che la Chiesa, nella sua forma confessionale e gerarchica, costituisce un anello costitutivo e fondamentale per gestire e governare il Paese. In questo senso, la morte di Andreotti non è soltanto lo scomparire di una memoria nazionale ma rappresenta un vero e proprio lutto per la democrazia e per la cultura cattolica.
Il legame indissolubile con il Vaticano
È stato il politico che ha saputo incarnare lo spirito cattolico
