Politica

Erede di De Gasperi tra furbizia e intelligenza

Educato alla scuola del realismo e al giusto utilizzo del potere

Di Giulio Andreotti un ritratto al vetriolo lo ha tracciato Montanelli. Il grande Indro ha dato del "divo Giulio" una definizione lapidaria e irriverente: «un perfetto cardinale di Curia da Chiesa del Settecento, tutto cipria, parrucca (e forca) senza speranza di Paradiso, né timore d’Inferno ed entrato, per esorcizzarlo, in tale confidenza col Diavolo che aveva finito per somigliargli». Ma ha dovuto, poi, aggiungere che Andreotti «non è soltanto furbo», come recita la vulgata popolare, ma anche «intelligente. Anzi, intelligentissimo» pur se «non fino al punto di capire che il colmo dell’intelligenza consiste qualche volta nel nasconderla sotto un’apparenza di mediocre piattezza». Non ho mai ben capito quale fosse - al di là di quanto emerge dalle tante pagine frizzanti e gustose dedicategli, oltre che nella Storia d’Italia, in elzeviri ed editoriali - il reale (e intimo) sentimento di Montanelli nei confronti di Andreotti: diffidenza o attrazione, ammirazione o disprezzo. Non gli era, dopo tutto, antipatico: «Mi faccio una colpa - scrisse - di provare simpatia per Andreotti. È il più spiritoso di tutti. Mi diverte il suo cinismo, che è un cinismo vero, una particolare filosofia con la quale è nato». Quel che è certo, però, è che egli ne colse bene certi lati della personalità e del retroterra culturale che ne hanno fatto non soltanto l’erede di Alcide De Gasperi ma anche, e piuttosto, un protagonista o, meglio, il vero protagonista della storia dell’Italia postfascista e repubblicana. Il simbolo, si potrebbe aggiungere, del potere elevato a sistema di governo, del potere, per usare una sua celebre battuta, che "logora chi non ce l’ha" e che, comunque "è meglio non perdere". Con un pizzico di civetteria, Andreotti ha raccontato che l’incontro con De Gasperi avvenne all’insegna della casualità nelle austere stanze della Biblioteca Vaticana, dove si era recato a far ricerche per una tesi di laurea sulla storia della marina pontificia. Il bibliotecario, appunto De Gasperi, magro e ossuto, dall’aria severa, di mezza età, lo guardò fisso negli occhi e lo apostrofò con una domanda che aveva il sapore di una sottile ironia inespressa: «Ma Lei, giovanotto, non ha niente di meglio da fare?». Fu, per dir così, un colpo di fulmine intellettuale e politico. Da quel momento le esistenze dei due si intrecciarono. E nacque un sodalizio inossidabile destinato a fare del giovane universitario, prima un collaboratore fidato e irrinunciabile per un decennio e, poi un erede politico. Del giovane collaboratore De Gasperi doveva apprezzare certamente la vivacità dell’ingegno, la profondità della cultura, l’acutezza delle analisi politiche, la sensibilità per la storia, il senso dell’umorismo e il gusto della battuta qualche volta maligna. Una volta egli disse alla signora Andreotti che il marito in vecchiaia sarebbe diventato più maligno di Francesco Saverio Nitti. Ricordando questa battuta, Andreotti, decenni dopo, la commentò: «La presi come una lode perché voleva dire che pensava che a trenta anni non lo fossi ancora molto». De Gasperi lo introdusse negli ambienti politici romani e nazionali, lo candidò nel 1946 alle elezioni per la Costituente e, l’anno successivo, lo nominò, accogliendo una segnalazione del futuro papa Giovanni Battista Montini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ebbe inizio, così, una carriera politica che non ha eguali nella storia della Repubblica italiana. Una carriera che lo vide presidente del Consiglio, anche in momenti particolarmente delicati come quando, all’epoca del rapimento di Aldo Moro, si trovò a guidare il cosiddetto "governo di solidarietà nazionale" con l’astensione del partito comunista. Il succedersi di incarichi di governo ne accreditò sempre più l’immagine non soltanto di un uomo di grande potere ma anche, a torto o a ragione, di depositario di tutti i "segreti", anche quelli inconfessabili, della storia nazionale. Ci sarà, forse, qualcosa di vero in questa immagine, gonfiata dagli avversari, ma, al di là, c’è il dato di fatto, indiscutibile, che egli è stato un politico nato, di razza, educato alla scuola del realismo. Un uomo le cui antenne erano in grado di cogliere, in maniera quasi rabdomantica, l’affiorare di nuove sensibilità e di nuove esigenze e di studiare risposte adeguate alle sfide dei tempi e della storia. Il suo pragmatismo, intriso di cinismo, non defletteva, peraltro, da principi come l’anticomunismo e l’amore per la libertà: quella vera, non quella decantata dai Soloni dell’antifascismo totalitario e interessato. Non a caso, già nel 1945, denunciando i pericoli di un’epurazione generalizzata che rischiava di risolversi in una "vittoria dei furbi" osservò: «l’antifascismo è come i vini. Bisogna guardare all’annata». Una battuta che conferma il gusto per i calembours, ma anche una verità. Una profonda verità. La rivista che fondò e diresse aveva un titolo, "Concretezza", che compendia la sua visione della politica e sintetizza il suo realismo. Sulle pagine di questa testata furono affrontati e discussi temi cari non soltanto al mondo democristiano ma anche a quello dei laici credenti. Aveva, Andreotti - lo si è detto - una concezione del potere incentrata sul concetto che il sistema politico, un sistema politico democratico, dovesse necessariamente durare nel tempo proprio perché la durata è il requisito della stabilità e la stabilità è la migliore garanzia per la tutela delle istituzioni libere. Quando si cominciò a parlare di centrosinistra, in nome dell’idea dell’allargamento ai socialisti della cosiddetta area di legittimità democratica, egli, parafrasando la pubblicità di un noto detersivo, sottolineò la differenza tra le posizioni dei due "cavalli di razza" della Dc, Fanfani e Moro, con una frase incisiva: «Credevo che il centrosinistra fosse quello di Fanfani, ma non avevo ancora conosciuto quello di Moro». Alla fin fine, Andreotti era un conservatore, sia pure "sui generis" perché capace di assorbire o secondare le svolte della storia, sempre con un occhio simpateticamente rivolto alla Roma papalina e cardinalizia, alla grande Roma della Cristianità. All’epoca del crollo della prima repubblica, sotto i colpi di maglio di una rivoluzione giudiziaria, egli, assunto a simbolo proprio della prima repubblica e fatto oggetto dell’accusa infamante di associazione mafiosa, fu sottoposto a un processo, dal quale uscì assolto: un processo, che, in realtà, era e voleva essere un processo alla storia. Andreotti conservò il proverbiale sangue freddo e, persino, il senso dell’ironia. Ricordo, per quel che vale, un episodio. Al termine di una lezione, gli presentai una studentessa che voleva conoscerlo. Lui, stringendole la mano, le disse, ammiccando, con il tipico mezzo sorriso: «Scusi, signorina, se non la bacio, ma di questi tempi, lei capirà, un bacio è pericoloso». Non è da tutti - riconosciamolo - avere la forza di scherzare sulle proprie disgrazie. E che disgrazie! Ma Andreotti era Andreotti.

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