C’è una punta di sconforto e di preoccupazione tanto comprensibile quanto condivisibile nelle parole pronunciate da Giorgio Napolitano, nel breve ritiro concessosi a Capalbio, di fronte anche ai primi passi del nuovo governo e della maggioranza che lo sostiene. O dovrebbe sostenerlo. «Nessuno di certo è in grado di prevederne la durata», ha detto il capo dello Stato a proposito dell’obbiettivo delle riforme istituzionali che il presidente del Consiglio si è pur posto fissando una scadenza per verificarne il percorso e decidere se continuare o lasciare: fra diciotto mesi. Una scadenza della quale Napolitano ora non sembra francamente più convinto, dubbioso al pari - ha detto - della «capacità delle mie forze» di resistere per tutto il tempo necessario al supplemento di lavoro che egli ha dovuto accollarsi, suo malgrado, con la rielezione chiestagli in modo sostanzialmente supplichevole da una larghissima parte del Parlamento. I due partiti maggiori, il Pd e il Pdl, usciti dalle urne di fine febbraio, o i due maggiormente responsabili, vista la natura vanamente protestataria, per non dire peggio, del pur consistente movimento di Beppe Grillo, si sono fatti carico dell’obbligo di governo ma indugiano troppo sulla strada dei fatti. Sia sul versante delle riforme istituzionali, dove la tanto decantata Convenzione già rischia l’aborto per il solo fatto che il Cavaliere ha mostrato di volerla presiedere, visto che il Pd e i suoi alleati elettorali hanno preso tutto il resto, sia sul versante economico e finanziario. Dove il Pd non riesce a sottrarsi, per esempio, alla ideologizzazione dell’Imu sulla prima casa, nonostante gli effetti recessivi da essa già procurati all’economia generale del Paese. E peraltro ammessi ieri su «La Stampa» con una onestà encomiabile dal sociologo Luca Ricolfi, che l’anno scorso l’aveva in buona fede sostenuta polemizzando duramente con Renato Brunetta. Il quale, dal canto suo, altrettanto onestamente riconosce su un altro giornale che questo governo «o dura», facendo però seriamente e presto qualcosa, «o sono guai» per tutti, anche per un Pdl che in un nuovo turno elettorale anticipato dovesse vincere «sulle rovine» del Paese, con un «popolo sfinito e in rivolta». Cui, in effetti, non ci sarebbe più nulla da poter dare o garantire.
Lo sconforto di Napolitano
di Francesco Damato C’è una punta di sconforto e di preoccupazione tanto comprensibile quanto condivisibile nelle parole pronunciate da Giorgio Napolitano, nel breve ritiro concessosi a Capalbio,...