L’infatuazione è sbocciata qualche mese fa. Ma non è stato un colpo di fulmine. Anzi. Fino ad allora la linea di Repubblica su Matteo Renzi era quella dettata da Eugenio Scalfari che lo descriveva come la quinta colonna della destra berlusconiana. «Non a caso Berlusconi loda Renzi pubblicamente» scriveva il Fondatore. Poi, a dicembre, dopo che il sindaco di Firenze era stato sbaragliato alle primarie da Pier Luigi Bersani, la semi-investitura dell’ingegnere Carlo De Benedetti, editore del quotidiano di Largo Fochetti. «Non credo che Renzi si ritirerà - spiegava -, è una forza che Bersani dovrebbe usare. A Renzi va il merito di aver reso queste primarie un’azione vera e di aver raccolto dei consensi che non erano del Pd». Suggerimento politicamente ineccepibile. Forse dettato dalla magnanimità di riconoscere allo sconfitto l’onore delle armi. In quella stessa occasione, però, De Benedetti parlava anche del leader Pd. E affermava senza ombra di dubbio: «Credo che il prossimo presidente del Consiglio sarà Bersani». Proprio lui che, per primo, aveva espresso dubbi sulla candidatura a premier di Pier Luigi («ho molta stima e amicizia per lui, ma la gente vuole voltare pagina»). La fine della storia è nota. L’ormai ex segretario democratico è andato ad allungare l’elenco delle «vittime» di Repubblica . Di quelli che, ricevuta la benedizione del «giornale-partito» sono poi caduti in disgrazia. Era già successo a Francesco Rutelli e Walter Veltroni («il domani è loro» aveva detto l’Ingegnere agli albori del Pd). Senza parlare di Dario Franceschini. Oggi tocca a Renzi. «È evidente che l’unico leader spendibile del Pd oggi è lui» assicura De Benedetti parlando durante la seconda giornata del Festival della tv e dei nuovi media a Dogliani (Cuneo). «È una persona nuova, pragmatica - aggiunge - perché ha fatto il presidente della Provincia ed è sindaco ed è giovane». Insomma, davanti al rischio di morire democristiani con Enrico Letta, anche il sindaco (che nel frattempo si vanta di essere stato stoppato dai veti berlusconiani nella corsa verso Palazzo Chigi), è un’ottima soluzione. Per dovere di cronaca va detto che l’editore di Repubblica smonta la storia che lo vorrebbe, a causa di una vecchia battuta, «tessera numero 1» del Pd. «Ho votato Pd - spiega - ma la tessera numero 1 è una leggenda. Non ho nessuna tessera di partito perché sono una persona difficilmente omologabile». Sarà, ma una cosa è certa, da quando esiste il Partito Democratico i suoi leader hanno sempre cercato il sostegno del «Partito Repubblica». Non dovette fare molti sforzi Veltroni che la «tessera numero 1» in persona indicò come l’uomo del futuro. Più complicata per Franceschini che, alle primarie del 2009, strizzò l’occhio alla proposta lanciata da Scalfari (vince le primarie chi ottiene più voti anche se non supera il 50%), nella speranza di ribaltare a proprio favore il risultato della battaglia con Bersani. Uno che a Repubblica guardavano con una certa diffidenza perché sostenuto da Massimo D’Alema e quindi apparentemente meno disponibile a farsi «dettare» la linea. E infatti il segretario ha dovuto faticare non poco per entrare nelle grazie del quotidiano. Ha dovuto superare le resistenze di De Benedetti, ha portato nel Consiglio di amministrazione Rai i candidati della società civile, molto graditi a Largo Fochetti, Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo (che oggi vorrebbe bruciare tessere Pd), ha persino pensato di allearsi con una lista civica targata Scalfari-Roberto Saviano. Sforzi che non l’hanno comunque reso immune dalla «maledizione di Repubblica». Renzi è avvertito.
Il «partito» Repubblica si schiera con Renzi
De Benedetti: «È l’unico leader spendibile dal Pd» Ma finora chi ha ricevuto sostegno si è bruciato
