di Francesco Damato Con il nuovo governo appena entrato, come si dice, nella pienezza dei suoi poteri grazie alla fiducia ottenuta dalle due Camere, dovrebbe essere finito anche il mito paralizzante e alquanto ipocrita della Costituzione "più bella del mondo". Come l'ha definita a lungo l'ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani con il codazzo di compagni e cantori, compreso il povero Roberto Benigni, prestatosi sotto Natale a cantare le lodi della "Carta" addirittura in prima serata televisiva, con divino sprezzo anche del ridicolo. Che pure è la sua arte. Non abbiamo mai avuto, né durante la cosiddetta prima Repubblica né durante la seconda, o coda della prima, un governo così chiaramente e fortemente legato come questo alla prospettiva di una riforma istituzionale finalmente seria, persino "radicale", come ha detto il presidente del Consiglio nel discorso programmatico. Tanto chiaramente e fortemente legato, da impegnarsi ad andarsene se fra 18 mesi il progetto di riforma destinato ad avviarsi con una commissione questa volta chiamata "Convenzione" non sarà in vista del "porto", sempre per ripetere un'espressione del premier. Questa della Convenzione, in verità, era stata anche un'idea di Bersani nella prima, lunga e infruttuosa fase della crisi poi chiusasi con il governo di Enrico Letta e Angelino Alfano, ma anche di Emma Bonino, sul significato della cui presenza proprio ai fini della riforma istituzionale tornerò più avanti. Ma con Bersani era stata più che un'idea, un diversivo. O una polpetta più o meno avvelenata, offerta al centrodestra, e a Silvio Berlusconi personalmente, per compensarlo della pregiudiziale esclusione dalla nuova maggioranza, si fa per dire, di governo. Che l'allora capo del Pd "pre-incaricato" immaginava di limitare al centrosinistra e a "Scelta civica" di Mario Monti, per quanto minoritari al Senato, e di allargare il prima possibile, con mezzi e mezzucci, ai grillini. L'evanescenza della Convenzione in versione bersaniana nasceva proprio dalla fascia di Miss Mondo ammirata dall'uomo di Bettola sulla Costituzione dell'ormai lontana fine del 1947. Una fascia che aveva già indotto la sinistra nel 2006 ad unirsi all'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro nella campagna referendaria, purtroppo riuscita, contro la riforma istituzionale appena varata dal centrodestra berlusconiano con i suoi soli voti. E neppure tutti, viste certe riserve dei centristi di Pier Ferdinando Casini. Una riforma che meritava ben altra accoglienza, e che ci avrebbe già consentito di avere, fra l'altro, meno deputati, meno senatori, due rami del Parlamento non più ripetitivi e un presidente del Consiglio provvisto di più poteri. Ma si disse allora che sarebbe stato uno sfregio troppo grosso a Miss Mondo. Così andavano o dovevano evidentemente andare le cose nella seconda Repubblica del bipolarismo nerboruto e prevenuto. E così sarebbero probabilmente rimaste con Bersani a Palazzo Chigi, alla guida di un velleitario governo di minoranza nei marosi di una enorme crisi economica e sociale. Con Enrico Letta e il governo "eccezionale" delle cosiddette larghe intese la musica è cambiata. Da diversivo la riforma istituzionale è diventato un serio, concreto e vincolante programma. Da contentino innocuo la Convenzione diventa una commissione seria, tanto che i soliti malintenzionati tremano alla sola idea che possa essere presieduta dal Cavaliere, che vi aspira. E la Bonino, dalla prestigiosa postazione della Farnesina, da dove passa l'immagine dell'Italia all'estero quasi quanto dal Quirinale, può ben essere compiaciuta di partecipare ad una svolta di questo tipo, essendo stato il suo partito - quello Radicale, con la maiuscola, di Marco Pannella - il primo a sostenere in anni ormai lontani che la Costituzione della fine del 1947 andasse riformata, vista anche la incapacità o, peggio, la indisponibilità dei partiti ad applicarla davvero, avendo preferito spesso distorcerla nella versione "materiale" dei fatti.
Miss Mondo può cedere lo scettro
di Francesco...