Politica

Il Pd fa un passo a sinistra per garantirsi la via d’uscita

Strategia Sabato 11 maggio l’Assemblea, Epifani in pole per la reggenza. L’importante è «non morire democristiani»

Compatti a sostegno di Enrico Letta (con qualche inevitabile defezione) ma alla ricerca di una via d’uscita. Dopo settimane a cercare una soluzione per governare il Paese, il Pd si trova ora nella peggiore situazione possibile. È stato costretto a piegarsi alla logica delle grandi intese con Silvio Berlusconi e, come se non bastasse, nel ruolo dell’azionista di minoranza del governo. Certo, Letta è nei fatti l’uomo che ha raccolto da Pier Luigi Bersani le redini del partito. Ma questo non basta a rassicurare chi, nel Pd, guarda con apprensione al futuro. Apprensione che è cresciuta dopo il discorso pronunciato dal premier davanti alle Camere. Perché se prima potevano esserci dubbi ormai una cosa è chiara: Letta userà questa occasione per giocarsi fino in fondo le sue possibilità di conquistare la leadership del centrosinistra. Guardando più verso il centro e ad una possibile ricomposizione della Democrazia Cristiana, che a sinistra e all’eredità del Pci. A conferma di questa lettura ci sono non solo i punti qualificanti del suo intervento che sembrano «copiati» dal programma del Cavaliere, ma anche l’orizzonte temporale fissato. L’unica «data di scadenza» indicata dal premier: 18 mesi. Quelli dopo i quali, verificato il lavoro della Convenzione per le riforme, il presidente del Consiglio deciderà se dimettersi. Insomma, chi sperava che questa potesse essere una parentesi da chiudere in occasione delle elezioni Europee del 2014, ha cominciato a preoccuparsi. E chiedersi: non è che Letta vuole utilizzare questo tempo per archiviare la stagione berlusconiana e lanciarsi alla guida di un nuovo soggetto in cui possano confluire moderati di centrodestra e centrosinistra? Non solo. Ma il rischio è che da qui alla fine di questo «governo di servizio», Berlusconi riesca ad intestarsi tutti i risultati ottenuti. Basta vedere quello che sta accadendo con l’Imu. Il Cav ha già conquistato il blocco dei pagamenti di giugno, quindi ha cominciato ad alzare la voce. Un’eliminazione completa dell’imposta sarebbe inevitabilmente letta come un suo successo. Per questo motivo al Nazareno hanno cominciato a pensare ad una via d’uscita. Rispolverando il vecchio schema. Se Letta sposta l’asse verso il centro, occorre riequilibrare a sinistra. Da qui l’idea di lanciare come reggente del partito l’ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani. Certo, l’idea non fa impazzire né chi vorrebbe superare la logica della spartizione di poltrone tra ex Dc ed ex Pci (renziani in testa), né chi vede in questa scelta un segno di debolezza ulteriore e un ritorno al passato che metterebbe a rischio l’esistenza stessa del Pd. «Stiamo commissariando il partito - commenta un senatore democratico dietro promessa di anonimato - e affidiamo la sua gestione ad un organismo esterno. La Cgil. Questo significa che non siamo più in grado di esprimere una classe dirigente (ma era già abbastanza evidente quando abbiamo eletto come presidenti di Camera e Senato due esponenti della "società civile"). Ma anche che siamo pronti a diventare un partito di lotta e di governo». Insomma, il principale compito di Epifani sarebbe quello di tentare di ricucire con ciò che si muove a sinistra del Pd, lasciando Letta a giocarsi la sua partita, pronti a sfilarsi se il sostegno al governo dovesse risultare troppo oneroso. E poco importa se tra due anni ci si ritroverà con la versione riveduta e corretta di Ds e Margherita, meglio sopravvivere che scomparire per sempre. In ogni caso Epifani sta correndo per la poltrona di reggente. E non è il solo (si fa anche il nome di Gianni Cuperlo). Ma anche le scelte che potrebbero essere fatte in vista del congresso sembrano spingere in questa direzione. Si parla, ad esempio, di una modifica allo statuto che elimini le primarie per l’elezione del segretario affidandone la responsabilità ai soli delegati congressuali. E di un’altra che elimini la coincidenza tra la guida del partito e la candidatura da premier. Ufficialmente si tratta di un modo per evitare ciò che accadde nel 2008 quando l’allora leader del Pd Walter Veltroni si trovò in aperto conflitto con il presidente del Consiglio Romano Prodi. E, sostengono in molti, tramò nell’ombra per cercare di prenderne il posto. Ma l’impressione è che, pur nella fedeltà al governo, si stia cercando di mettere il Pd (o ciò che ne resterà) al riparo creandosi una via d’uscita per «non morire democristiani». L’appuntamento è fissato per sabato 11 maggio. La riunione inizierà intorno alle 10 nei padiglioni della Nuova Fiera di Roma. L’ordine del giorno non è ancora stato diffuso, ma il primo punto è scontato: le dimissioni di Bersani. Poi si comincerà a parlare del futuro.

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