Politica

Le tre carte vincenti di Letta

di Marlowe...

di Marlowe Dall'Imu in giù, passando per lo stop all'aumento Iva alle agevolazioni fiscali e contributive per l'assunzione dei giovani fino alla sburocratizzazione per le imprese, il discorso di fiducia di Enrico Letta contiene molto Silvio Berlusconi, poco Pier Luigi Bersani e zero o quasi Mario Monti. Questo nella sostanza, perché la forma segnala un grazie alla lealtà dell'ex segretario del Pd. L'Imu, e in generale la tassa sulla prima casa, ha un fortissimo valore simbolico e politico, ma - non dimentichiamolo - anche pratico. La cancellazione dell'allora Ici era stato nel 2008 il primo atto del governo berlusconiano, poi lo slogan della campagna del Pdl di pochi mesi fa. Al contrario Mario Monti, quando si insediò il 17 novembre 2011, disse che il non pagamento della tassa sulla prima casa era considerata "una anomalia" dai partner europei, leggi dalla Germania. Il risultato è stato che nel 2012 gli italiani, con i francesi, hanno pagato per gli immobili più di tutti gli altri cittadini della Ue, oltre il doppio dei tedeschi. Il Pd sosteneva una linea intermedia: rimodulazione ma non cancellazione, in base al reddito. Per il momento Letta non ha ancora abolito nulla, ma ha fatto saltare la rata di giugno annunciando una revisione completa dell'intera imposta. Un annuncio a effetto e un sollievo per i contribuenti che non ha per nulla allarmato i mercati, come invece aveva presagito Monti a fine 2012 («Chi vi prometterà di togliere l'Imu dovrà poi rimetterla doppia l'anno dopo»): quando il premier ha finito di parlare il progresso della borsa ha superato il due per cento; lo spread è calato di tre punti. Il blocco dell'Iva di luglio, le agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani lavoratori sono altri segnali di un'inversione in senso espansivo della politica economica. E non dimentichiamo la sostanziale richiesta di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ce n'è abbastanza per far cantare vittoria anche ai falchi del centrodestra. E per far storcere qualche naso nell'altro fronte. Ma, al di là del "chi sale, chi scende", dietro l'Imu, dietro l'Iva, dietro le misure per i neoassunti ci sono interi settori della vita produttiva e sociale che non hanno di per sé un colore politico, ma che stanno morendo di austerity: l'edilizia, i consumi e soprattutto la disoccupazione a cominciare da quel 35 per cento tra i giovani. Ora la domanda è ovvia: come trova il governo i 10-20 miliardi di coperture? Senza togliere da una tasca quello che si rimette nell'altra? Una risposta è data dalla presenza a fianco di Letta di Fabrizio Saccomanni, fino a ieri direttore generale della Banca d'Italia, vicinissimo a Mario Draghi e alla Bce, abituale interlocutore del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. Saccomanni non è un fautore della finanza allegra, e neppure un fan di "Silvio c'è": ha però ben presenti i dossier europei che davvero contano, e ha sempre distinto, come tutta Bankitalia, tra conti in ordine e rigore da algoritmi matematici. Magari anche la distinzione tra i tre livelli di crisi: crisi di liquidità, crisi di solvibilità e crisi di stupidità. Un'altra risposta è stata data in anticipo dal boom dell'asta dei Btp a 5 e 10 anni, sulla durata strategica medio-lunga. Ieri mattina il Tesoro ha collocato tutti i 6 miliardi, con domanda ottima, a tassi in calo tra i 5 e gli 8 decimi, che per la prima volta dal 2010 tornano sotto il 4 per cento. Infine in tutto il mondo è in atto un ripensamento - a livello scientifico e politico - sull'eccesso di austerity. In queste tre opportunità, che Enrico Letta dovrà ovviamente cogliere, ci sono la risposta e la soluzione. Il capo del governo comincerà a discuterne fin da oggi con Angela Merkel, poi con Bruxelles e Parigi: non dovrà presentarsi con le mani bucate, ma neppure con le mani giunte.

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