Politica

Democratici nel caos Slitta il dopo-Bersani

Rinviata di sette giorni la scelta dei reggenti Barca apre a Renzi: «Siamo complementari»

A prima vista sembra che fare il segretario non interessi a nessuno. Lo dice Fabrizio Barca al Corriere : «Non ci penso proprio. Ci sono altri modi per contribuire a evitare in futuro altri errori e per sostenere il partito». Lo spiega Enrico Rossi, governatore toscano, a Repubblica : «Non è un mio obiettivo. Ma il momento della sinistra è troppo drammatico perché ci limitiamo a fare solo gli amministratori». E anche Matteo Renzilo ha ripetuto in tutte le salse. Eppure la partita per guidare il Pd è già iniziata. Non tragga in inganno il voto (quasi) compatto sulla fiducia al governo Letta. Le fratture che attraversano il partito restano pronte a emergere in ogni momento. In quello, in particolare, in cui bisognerà decidere in che mani affidarsi in attesa del congresso. Una fase che, complice il clima da resa dei conti che si respira in largo del Nazareno, non sarà un passaggio formale. Lo si è capito dal rinvio dell’assemblea nazionale che si sarebbe dovuta tenere sabato 4 maggio e invece potrebbe riunirsi solo l’11. «In realtà non l’abbiamo mai convocata ufficialmente per il 4, penso si vada verso sabato 11» conferma l’ormai ex responsabile organizzativo Nico Stumpo. Uno slittamento che serve soprattutto a non indebolire il neonato governo Letta nella prima settimana, perché nell’assemblea verranno necessariamente alla luce tutte le anime del Pd, compresa quella, folta, che mai si sarebbe voluta sedere al tavolo dell’esecutivo con il Pdl. C’è da stabilire, intanto, cosa accadrà ai vertici del partito. Impossibile un replay del 2009, quando Veltroni lasciò e l’assemblea incoronò quasi all’unanimità Franceschini. Anche per questo, confessa Stumpo, «penso che la reggenza sarà affidata a un organismo collegiale». Un modo, quindi, per non scontentare nessuna corrente. Anche se, aggiunge il deputato, «ci vorrebbe comunque una persona a un livello più alto rispetto agli altri. Qualcuno che possa prendere decisioni». Ed è proprio su quel ruolo che ci sarà battaglia. Non certo tra i «big». L’orientamento è che chi sarà reggente non dovrà candidarsi alla segreteria in autunno. Per questo Stefano Fassina starebbe pensando al passo indietro nell’immediato. Spazio quindi alle figure di secondo piano. Si parla molto di Guglielmo Epifani, che rappresenterebbe l’ala «sinistra» del partito. Altri nomi caldi sono quello della governatrice umbra Catiuscia Marini e del senatore Filippo Bubbico, già tra i dieci «saggi» di Napolitano. Ovvio che, al di là del ruolo che dovrà necessariamente essere «super partes», i vari big useranno il test anche per pesarsi in vista del congresso. «Squadra che perde si cambia, il congresso dovrà essere uno spartiacque» hanno già avvisato i senatori renziani Marcucci, Di Giorgi e Collina. Altro nodo sul tavolo: in attesa dell’autunno, si metterà mano anche allo statuto del partito? A sollevare il tema è stato Gentiloni su La Stampa . «Siamo sicuri di volerci tenere l’identificazione tra candidato premier e segretario del partito?» si è chiesto l’ex ministro. «Gentiloni con saggezza e spirito costruttivo ha posto il tema di come organizzare la transizione del Pd verso il suo congresso» è stato il plauso di Sandro Gozi, «con quali organi? Modalità? Personalità?». In realtà Gentiloni intende più che altro aprire la strada a Renzi. Che di candidarsi alla segreteria non è entusiasta - anzi lavora per ereditare da Delrio la presidenza dell’Anci - ma vorrebbe correre da premier alle prossime elezioni. Un’ipotesi del genere sembrerebbe gradita anche a Barca, che infatti al Corriere ha spiegato che «Renzi è l’uomo giusto per restituire fiducia all’Italia. È uomo di estrema correttezza, ha capacità di leadership e di catalizzare coalizioni forti. Io e lui siamo complementari». Si va verso una diarchia Renzi-Barca? Non è scontato. «Se saranno loro due a scontrarsi per la segreteria io lavorerò a una terza candidatura» ha annunciato Rosy Bindi. L’unica certezza è che il partito uscirà da questo passaggio molto diverso da quello che è stato. «Penso che si sia compiuto un primo ciclo di vita del Pd - ha spiegato Piero Fassino - fortemente segnato dalle identità delle formazioni che l’hanno costituito. Ora bisogna passare a una fase diversa nella quale il Pd non sia solo la somma di due culture e di due partiti precedenti, ma un partito con una propria identità».

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