Politica

Scorte rafforzate Roma si blinda

Nei prossimi giorni riunione al Viminale

E ora più sicurezza. È la parola d’ordine del neoministro dell’Interno Angelino Alfano. Il giorno in cui lui e i suoi colleghi hanno giurato al Quirinale, uno dei templi del potere si è macchiato di sangue. Una macabra coincidenza. L’attentato di piazza Colonna è duro colpo al sistema di controllo che blinda i palazzi che contano nel cuore della Capitale. Col suo gesto Luigi Preiti ha mostrato che il terribile rischio c’è. Che il disperato armato, che preme il grilletto senza sosta e semina sangue e morte a due passi dalle poltrone dei parlamentari non è una scena da film ma una sequenza reale e possibile. Un incubo a occhi aperti. Le prime reazioni sono state immediate. Questura e Comando provinciale dei carabinieri hanno rafforzato la vigilanze delle forze dell’ordine sugli obiettivi sensibili. Le scorte ai ministri del nuovo esecutivo a guida Gianni Letta sono state aumentate. Dopo la formazione del governo ai responsabili dei dicasteri è stato assegnato un servizio di sicurezza. Un sistema di protezione "temporaneo", spiegano fonti del Viminale, in attesa di approfondire le varie situazioni di rischio nelle sedi competenti in una riunione che verrà indetta nei prossimi giorni. Sul tavolo, a quanto riferiscono fonti qualificate, anche la possibilità che vengano intensificati i servizi di protezione per persone che ricoprono cariche istituzionali, alla luce degli scenari legati alla sicurezza interna. Presagire l’assalto dei manifestanti a Montecitorio è sempre stato il peggior torto che si potesse fare a un questore, a un prefetto. Prima di ogni corteo che si prevedeva ad alta tensione (e a Roma ce ne sono stati diversi) è sempre stata stretta una cintura attorno alle sedi parlamentari per evitare la figuraccia mondiale di vedere i violenti oltraggiare Camera e Senato. Difenderli era un ordine tassativo, anche con grande sopportazione delle forze dell’ordine insultate dai manifestanti. Il calabrese Luigi Preiti, 49 anni, edile, solo e disperato, è stato l’elemento imprevedibile che ha stravolto i conti in tavola. Avverte il criminologo Vincenzo Mastronardi: «Il clima avvelenato dalle polemiche non c’entra, e i politici sono solo un pretesto, il capro espiatorio di turno: l’uomo che ha sparato a Roma è un classico "assassino di massa", un uomo con un forte disagio psichico ed esistenziale per il quale "tutti" vanno puniti, non qualcuno in particolare». Il docente di Psicopatologia forense alla università La Sapienza esclude un movente preciso per il gesto di Luigi Preiti e parla di una "miscela esplosiva" di almeno quattro fattori. Primo, esemplifica: «La reazione a licenziamenti e a provvedimenti disciplinari percepiti come ingiusti, o comunque una grossa delusione lavorativa ed economica». Secondo: «Una tendenza latente alla depressione». Terzo: «Una bassa soglia di tolleranza allo stress». Quarto: «Un narcisismo molto accentuato». «Abbiamo esaminato molti di questi casi con il collega George Palermo - ricorda Mastronardi - casi molto frequenti negli Usa ma non da noi, dove i mass murder sono per lo più in ambito familiare. Normalmente gli assassini di massa si suicidano e infatti Preiti avrebbe detto di non averlo fatto solo perché aveva finito tutti i proiettili. Ci sono anche quelli che si suicidano per procura, ovvero mostrano le armi in pugno per farsi sparare a loro volta. E i carabinieri - conclude - sono stati bravi a neutralizzarlo senza fare ricorso alle armi».

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