Oggi pomeriggio alle 15 Enrico Letta si presenterà alla Camera per chiedere la fiducia. Domani dovrebbe toccare al Senato. I numeri, almeno sulla carta, sono dalla sua parte. I gruppi di Pd, Scelta Civica e Pdl, sommati, raggiungono quota 437 deputati e 158 senatori. Esattamente 121 voti in più del necessario a Montecitorio e 61 a Palazzo Madama. Difficile che si realizzi una tale emorragia di consensi. A maggior ragione che, nelle ultime ore, anche le voci più critiche sembrano aver «ammorbidito» i toni. Gli occhi sono tutti puntati sul Partito Democratico che nelle ultime settimane non ha certo dato prova di compattezza. È lì che si registra il maggior dissenso nei confronti della scelta di dar vita ad un esecutivo con Silvio Berlusconi. A guidare la «rivolta» l’anima filo-grillina rappresentata da Laura Puppato e Pippo Civati, e i prodiani scottati dal trattamento riservato da una parte del Pd al Professore. Proprio Puppato ieri, ospite di In mezz’ora su Raitre, ha spiegato che «il via è stato brutale». E, mantenendo le proprie riserve, ha mostrato moderata fiducia nei confronti del nuovo esecutivo: «La responsabilità oggi obbliga tutti noi a guardare con obiettività a quello che sta accadendo, e a svolgere un ruolo molto fattivo. Non faremo sconti, lavoreremo pesantemente, da subito. Siamo in emergenza. Serve un compromesso alto, voglio essere propositiva e ottimista, non servono menagrami, dovremo lavorare tutti». Subito dopo si è diffusa la notizia di un documento firmato dai dissidenti (oltre alla deputata veneta, Civati e i prodiani Sandro Gozi e Sandra Zampa) in cui i diretti interessati, visto «il momento drammatico per il Paese», assumendosi le proprie «responsabilità di eletti», annunciavano il voto di fiducia al governo. Pochi minuti ed ecco la smentita di Civati: «Non ho firmato alcuna dichiarazione di fiducia. Le mie perplessità sul governo Letta rimangono e prenderò una decisione in merito alla fiducia solo dopo averne discusso, come ho ripetutamente richiesto, domattina (stamattina ndr), con il resto dei colleghi del Pd. Non prima». Altra voce critica che rientra nei ranghi quella di Rosy Bindi. «Oggi Letta è premier e io sono molto contenta - spiega ospite di Domenica In -. Io voterò la fiducia ed esprimo apprezzamento per la squadra di governo. Letta, però, era il vicesegretario reggente del Pd, dopo le dimissioni di Bersani, e non volendo io un governo politico di larghe intese, ma del presidente o di scopo con alcuni obbiettivi precisi che ci riconducessero al voto per dare vita a un governo, non mi sembrava giusto che fosse proprio il vicesegretario del Pd a guidarlo, perché dava a quel governo una configurazione politica». In ogni caso non sarà lei ad ingrossare le file dei franchi tiratori. Così stamattina, quando il gruppo Pd si riunirà a Montecitorio alle 9 per decidere la linea, tutto potrebbe concludersi con un voto all’unanimità. Anche perché chi continua ad opporsi senza mezzi termini alla scelta di un’intesa con il Pdl, è fuori dal Parlamento. Come il sindaco di Bari Michele Emiliano che rilancia: «La restaurazione iniziata col congresso del 2009, dove sono state abbandonate quasi tutte le idee nuove che furono poste alla base della fondazione del Pd, è culminata con questo governo di servizio imposto solo a noi dal Capo dello Stato visto che esso realizza la linea politica di Berlusconi che da subito aveva chiesto le larghe intese con il Pd». Linea molto simile a quella di Nichi Vendola che si è già posizionato all’opposizione dell’esecutivo Letta. «Il ventennio berlusconiano - dice intervistato dal Manifesto - si chiude con la resurrezione del Cavaliere come statista e azionista di maggioranza di larghe intese camuffate da compromesso storico». Ancora indeciso il Carroccio con Roberto Maroni che ai microfoni di TgCom24 spiega: «Abbiamo chiesto a Letta di darci un segnale in materia di federalismo, se arriverà questo segnale va bene, altrimenti non daremo la fiducia e staremo all’opposizione».
I «falchi» del Pd verso la resa
Stamani gruppi riuniti per decidere la linea sul voto di fiducia I dissidenti sembrano pronti a fare marcia indietro
