di Francesco Damato Tanto "snello" forse non gli è venuto, con 21 ministri, ma "sobrio" di certo lo è, come lo aveva promesso, il governo formato ieri da Enrico Letta. E "assecondato" da un presidente della Repubblica che ha voluto riconoscere per intero al nuovo premier il ruolo di "artefice", magari un po' forzando la realtà perché senza il piglio e l'ostinazione di Giorgio Napolitano la crisi non si sarebbe chiusa in questo modo. Con la nascita cioè di un Ministero maggioritario e pienamente "politico", come lo stesso capo dello Stato ha tenuto a definirlo liquidando tutte le altre formule usate, anzi abusate, persino da costituzionalisti di prim'ordine, come governo "del Presidente" o "di scopo". Un governo che non avendo una finalità limitata, a meno che non voglia dargliela lo stesso presidente del Consiglio presentandolo alle Camere, non può essere considerato a termine. Potrà durare tre mesi come tre anni, o quattro, o per tutti i cinque di questa pur impervia legislatura, se i due maggiori partiti che lo compongono, il Pd e il Pdl, sapranno resistere - soprattutto il Pd - alle difficoltà interne così chiaramente emerse e mettere in secondo piano, davanti alle varie emergenze del Paese, il loro carattere elettoralmente alternativo. Di lavoro per riempire se non tutta, buona parte di questa legislatura il nuovo governo Letta-Alfano ne ha di sicuro: dalle misure economiche per fare uscire il Paese dalla recessione alle riforme istituzionali, necessarie anche per restituire al sistema e ai partiti la credibilità e l'efficienza perdute. Cosa, quest'ultima, che ha permesso ai grillini il successo elettorale di fine febbraio e un approdo da sfasciacarrozze in un Parlamento assediato da una piazza urlante persino contro la libera conferma, a grandissima maggioranza, di un galantuomo come Napolitano al vertice dello Stato. Questi partiti saranno pure malmessi, con tutto lo sperpero che hanno fatto del danaro assicuratosi alle spalle di un elettorato che aveva liberamente soppresso in un referendum vent'anni fa il finanziamento pubblico, al quale è ora che finalmente rinuncino davvero; avranno pur avuto la faccia tosta di rinominarsi i parlamentari nelle ultime elezioni con le liste bloccate, peraltro usate anche dai grillini; ma hanno pur trovato il buon senso di accordarsi su un governo di tutto rispetto com'è quello che Enrico Letta ha formato ieri e che giura oggi al Quirinale. Un governo, come dicevo all'inizio, che non sarà "snello" ma è sicuramente "sobrio", e composto di ministri competenti, di cui un terzo donne e gran parte di prima nomina, con un salto generazionale di certo incoraggiante. Per una volta si può convenire con la "freschezza e la solidità" apprezzate dal segretario dimissionario del Pd Pier Luigi Bersani, che avrebbe potuto permetterne la nascita già da tempo se non si fosse ostinato dopo le elezioni a inseguire il suo strampalato progetto di un governo minoritario, appeso all'illusione di guadagnarsi prima o dopo la benevolente e determinante assenza dei grillini nelle votazioni di fiducia al Senato. Particolarmente apprezzabile è la nomina a ministro degli Esteri di una donna come la radicale Emma Bonino. Che ha saputo fare bene come commissaria europea, nominata nel 1994 dal primo governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, e come ministro delle politiche comunitarie nel secondo ed ultimo governo di cosiddetto centrosinistra formato nel 2006 da Romano Prodi. Una donna che saprà fare onore al Paese anche alla Farnesina. E che avrebbe fatto bene pure al Quirinale, se le ultime elezioni presidenziali fossero state gestite con più coraggio sia dal Pd sia dal Pdl, senza ridursi all'ultimo momento nel penoso stato di necessità di supplicare il buon Napolitano ad accettare, suo malgrado, la rielezione: la prima nei 67 anni di storia della Repubblica. Altrettanto apprezzabile appare l'approdo dal Viminale al Ministero della Giustizia di una donna di polso e insieme di giudizio e di esperienza come il prefetto Anna Maria Cancellieri. Che sicuramente non permetterà di confondere per autonomia della magistratura la ostinata pretesa di certe toghe di prevaricare su tutti gli altri poteri. Apprezzabile infine sembra l'approdo al Ministero dell'Economia di un dirigente della Banca d'Italia come Fabrizio Saccomanni. Che, nel contesto peraltro di un Gabinetto politico, riuscirà probabilmente a rivalutare, a dispetto della diffidenza o stanchezza manifestata nei giorni scorsi da Silvio Berlusconi, il ruolo del tecnico un po' appannato, diciamo così, dall'epilogo del governo omonimo di Mario Monti.
Non è un governo a termine
di Francesco Damato...