Politica

Letta verso la sfida in Europa

Il nuovo governo dovrà convincere Bruxelles e Berlino ad allentare il rigore. Moody’s conferma il rating per l’Italia

La sfida del nuovo governo non è solo quella del lavoro, del fisco e della crescita ma è anche di esercitare un ruolo forte in Europa per orientare la politica economica comunitaria verso lo sviluppo allentando la morsa dell’austerità. Si tratta di una strategia da fare in asse con Francia e Spagna, due Paesi che stanno ugualmente soffrendo l’eccesso di rigore imposto nell’Eurozona da Berlino. Intanto l’agenzia Moody's ha confermato il rating dell'Italia a «Baa2» con outlook negativo. Moody's spiega che l’elemento chiave per confermare il voto precedente «è l’elevato rischio che l’Italia possa perdere la fiducia degli investitori e, alla fine, l’accesso al mercato del debito privato come risultato dello stallo politico». A condizionare l'outlook negativo di Moody's la previsione che «la crescita continuerà ad essere anemica per il crescente rischio che la recessione si prolunghi oltre la prima metà del 2013». Pertanto l’agenzia ha rivisto al ribasso le sue previsoni sul Pil 2013 dell'Italia a -1,8% contro la previsione precedente di un -1%, e prevede una crescita nel 2014 limitata ad uno 0,2%. Bruxelles si esprimerà sul ritiro della procedura d’infrazione per l’Italia a maggio. Il nostro Paese va verso il pareggio strutturale e quest'anno non deve far schiodare il deficit/pil dal 2,9%. È troppo presto per sapere come andrà a finire, si vedrà con il nuovo governo. L’avvio del rimborso dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese ha fatto salire il deficit vicino alla soglia del 3% del pil. Nel 2013 dopo il pagamento dei debiti il fabbisogno salirà a da 53,7 a 73,7 miliardi di euro, attestandosi al 4,7% del Pil. Finora sono stati sbloccati 7,5 miliardi ma questi rappresentano solo una piccola parte dei debiti complessivi contratti dalla Pa. Non solo. Se il nuovo governo intende attuare una politica economica espansiva di rilancio dell’occupazione e di riduzione della pressione fiscale, oltre alla ricerca delle dovute coperture, dovrà avere anche il placet di Bruxelles affinché non sia così rigorosa. Il clima per avviare un cambio di marcia in tal senso, sembrerebbe favorevole. Sia la Bce che il Fondo Monetario internazionale stanno sollecitando un nuovo equilibrio tra misure di austerità e politiche per uscire dalla crisi. E ieri dalla Commissione Ue è arrivato l’assenso a Madrid che aveva chiesto due anni di tempo in più per riportare il deficit-pil sotto il 3%. Una scelta coerente con un percorso di consolidamento equilibrato e ambizioso e anche con la situazione economica. Poco prima dell'annuncio pro Madrid, il responsabile degli affari economici Olli Rehn ha scherzato sul suo nuovo blog. Nel primo post ha spiegato che la divisione tra «austerians» e «spendigans» (fautori dell'austerità e fautori della spesa in deficit nella versione tifoseria dell'anti-crisi) è caricaturale: «la verità è che la politica dei conti pubblici in Europa è dipinta in una varietà di sfumature di grigio. La percezione è una cosa, la realtà è un'altra». Dopo la Spagna c'è il Portogallo, che ha chiesto un altro anno. Poi la Francia, ugualmente in affanno. Forse ci sarà anche l'Olanda. La cosa certa è che se si mettono insieme tutti i Paesi ai quali è stato dato o ci si aspetta sarà dato più tempo per rendere sostenibili si arriva a un'area che copre circa il 40% del pil Eurozona interessata all'allungamento dei tempi del consolidamento dei bilanci. Ovvio che c'è il problema tedesco: negli ultimi giorni Angela Merkel (ma anche gli esponenti tedeschi della Bce) ha fatto sapere a chiare lettere quanto è distante dalla linea della flessibilità nell'aggiustamento dei conti pubblici. In piena campagna elettorale ci si meraviglierebbe del contrario. La Germania non vuole fare sconti, ma se la sta passando molto male a causa della la paralisi economica dei vicini. Intanto un rapporto della Bce sull'accesso alla finanza da parte delle pmi nel periodo ottobre 2012-marzo 2013 evidenzia che le piccole e medie imprese italiane, insieme a quelle spagnole, greche e portoghesi sono le peggiori dell'area euro per quanto riguarda il deterioramento degli utili e del fatturato.

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