Politica

La destra romana saluta Buontempo

Il sindaco di Roma in prima fila ai funerali dell’esponente Msi e An Storace: «Ho un rimorso, averlo lasciato solo alle ultime elezioni»

Piazza San Marco è una piccola mattonella di Roma che racchiude, in pochi metri quadrati, tutta la destra romana. Anni di militanza sono tutti lì. I capelli più bianchi, ma gli stessi sguardi di trent’anni fa. L’omonima basilica è troppo piccola per contenere la folla che si accalca, spinge, preme per dare l’ultimo saluto a colui che i camerati hanno sempre chiamato «er Pecora». Teodoro Buontempo, presidente de La Destra e una vita nel Msi, se n’è andato a 67 anni, sconfitto dalla malattia e da un trapianto atteso invano. Il cielo rabbrunato si fa plumbeo a metà mattinata e riversa sui presenti tanta acqua mista a sabbia. La pioggia non fa rompere le righe e, quando arriva, il feretro - avvolto dalla bandiera de La Destra e portato a spalla, tra gli altri, da Pierluigi Fioretti e Alessandro Cochi - viene accolto da saluti romani e bandiere con croci celtiche. Qualche momento di tensione con fotografi e cameramen («Siete come le guardie», «Andatevene o finisce male», «Siete tutte zecche»), cui viene impedito l’accesso nella basilica di San Marco. «Già è tanto che siete qui, sciacalli», ringhia un uomo chiamato «comandante». La chiesa è piena. Tantissima gente comune, camerati giovani e vecchi. Tanti ovviamente i politici, non tutti di destra: ci sono anche Pier Ferdinando Casini e Luciano Ciocchetti; il primo da presidente della Camera ebbe un ottimo rapporto con Buontempo, il secondo vicepresidente della passata giunta regionale di cui «er Pecora» era assessore alla Casa. La destra capitolina c’è tutta. In prima fila il sindaco di Roma Gianni Alemanno, Francesco Storace, Renata Polverini, Maurizio Gasparri, Umberto Croppi. Alemanno siede in prima fila accanto alla moglie Isabella Rauti - anche il padre Pino, altra icona missina, se n’è andato di recente. Dietro di loro Domenico Gramazio. Ci sono Altero Matteoli, Adolfo Urso, Andrea Ronchi. La cerimonia è semplice. Il feretro è completamente avvolto dai fiori. La basilica è piena, ma il silenzio irreale sia all’interno sia all’esterno, dove tanta gente rimasta fuori attende. La funzione termina ed è il tempo dell’ultimo saluto. «Questa fascia tricolore che porto m’impone mille separazioni ma ho mille ricordi - dice Alemanno - È rimasto 16 anni a lottare in Campidoglio. Ci ha insegnato cos’è la destra sociale parlandoci di periferie, casa, lavoro, politiche sociali. Non c’è stata una periferia che non lo ha visto comparire. Sentivamo in lui un’amicizia, senza chiedere nulla si batteva per gli ultimi - continua Alemanno - Se questa città ha qualche cicatrice in meno, qualche famiglia in più, è merito suo. Onore a Teodoro Buontempo». Poi tocca a Storace: «Ci restano le idee, battaglie che servono a ricordare un grande uomo politico. Conservo un rimorso: nell’ultima campagna elettorale ero impegnato per la Regione Lazio e gli dissi: "Non posso girare per l’Italia" e lui mi rispose: "Non ti preoccupare ci penso io" e si è ammazzato di lavoro. Restiamo fieri di lui, un padre per tutti noi. Lui ci guarda e ora abbraccia tutti i nostri martiri caduti. Onore a te mio presidente, onore a te nostro camerata». «Nostro padre è stato tutto - ricorda il figlio Gianni - Ci ha insegnato ad amare il prossimo con tutte le nostre forze, non dubitare mai del prossimo. Non si è mai arreso». Poi, con il fratello Michele e la sorella Maria hanno letto la poesia di Rudyard Kipling «Se». Il feretro lascia la basilica tra i soliti saluti romani - una nota stonata che accompagna tutti gli addii ai militanti di destra - il saluto («Camerata Teodoro Buontempo. Presente!» ripetuto tre volte) e le note di «Il domani appartiene a noi».

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