di Francesco Damato Le preoccupazioni, in buona parte comprensibili, emerse dal Pdl di fronte al conferimento dell'incarico di formare il governo ad Enrico Letta non nascono tanto dalle qualità indubbie del vice segretario dimissionario del Pd: un uomo moderato di provenienza democristiana, peraltro nipote di Gianni, l'ormai storico braccio destro di Silvio Berlusconi, come ha subito rilevato, ma con uno spirito inaccettabilmente denigratorio, anche il solito Beppe Grillo. I timori nascono dalle circostanze interne di partito in cui, malgrado l'interessato, è maturata la sua designazione. Circostanze talmente cogenti che il presidente della Repubblica ha rinunciato alla preferenza attribuitagli a lungo, e non a torto, nei riguardi del più esperto e internazionalmente noto Giuliano Amato. Il quale questa volta, diversamente dalle sfortunate edizioni della corsa al Quirinale alle quali si è trovato iscritto anche a sua insaputa, compresa quella chiusasi sabato scorso con la imprevista conferma di Napolitano, non è stato forse bloccato dal fantasma di Bettino Craxi, pur se i suoi detrattori hanno voluto attribuirgli in questi giorni anche una carica che non ha mai ricoperto negli anni del potere del defunto leader socialista: quella di "tesoriere". Enrico Letta si è trovato semplicemente ad essere, a parte lo sbarramento tentato contro di lui da Rosy Bindi, un punto di coagulo per niente certo e chiaro delle varie correnti o "anime" del Pd, dove sembra francamente confluito, in un "amalgama malriuscito" denunciato già negli anni scorsi da Massimo D'Alema, non il meglio ma il peggio della Dc e del Pci. Un coagulo - al di là dei soli sette voti contrari e diciotto astensioni contate l'altro ieri nella riunione della direzione sul documento di formale adesione alle indicazioni di Napolitano nel messaggio di avvio del suo secondo mandato - così labile che non si è ben capito se e quanti si siano riservati il diritto di non votare la fiducia al governo delle cosiddette larghe intese. E di non ritenersi in questo caso automaticamente "fuori" dal partito, come qualche dirigente ha invece reclamato, perché convinti che anche un no palese alla fiducia, per appello obbligatoriamente nominale, debba essere considerato un libero "caso di coscienza". Come, d'altronde, hanno ritenuto di poter dire molti parlamentari del Pd dopo avere votato a scrutinio segreto nelle elezioni presidenziali prima contro Franco Marini e poi contro Romano Prodi. Molti si chiedono giustamente nel Pdl quanto e come potrà durare nel Pd, avviato verso un congresso anticipato e molto teso, il compromesso trovato sul piano del governo attorno al presidente appena incaricato. E quanto spazio gli sarà concretamente dato nelle trattative che lo attendono con gli altri partiti della costituenda maggioranza sul programma e sulla cosiddetta struttura del governo. Trattative dalle quali opportunamente Napolitano non ha esonerato Enrico Letta, come sarebbe avvenuto invece se gli avesse chiesto di portargli in poche ore la lista dei ministri, secondo il modello adottato nel 1993 dall'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro con la formazione del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Allora Napolitano era presidente della Camera. E Berlusconi era ancora e soltanto un imprenditore di successo, forse solo sfiorato dalla tentazione della politica. Va onestamente riconosciuto al presidente incaricato il merito di avere realisticamente valutato le difficoltà che lo attendono nelle trattative, in particolare con il Pdl, sui ministri e sul programma, a cominciare dalla questione fiscale ad altissimo effetto elettorale. Né ha mostrato di nascondersi gli ostacoli che potrebbero venirgli dal suo partito se accettasse di comprendere e assorbire le preoccupazioni del Cavaliere. Il quale non vuole certamente disattendere gli appelli di Napolitano, di cui è stato peraltro il primo a chiedere la rielezione di fronte all'esplosione del Pd, ma non può neppure cestinare, per esempio, gli impegni presi con il suo elettorato per niente in disarmo di togliere l'Imu dalla prima casa. Né può ignorare che permangono nel Pd, proprio a causa della sua instabilità interna, tentazioni di fare blocco con i grillini e i vendoliani di fronte ad eventuali incursioni giudiziarie contro di lui al Senato. Nasce probabilmente proprio da questa consapevolezza la prudenza con la quale Enrico Letta ha riconosciuto, appena ricevuto l'incarico, che il suo governo non dovrà o potrà nascere "a tutti i costi".
I timori del Pdl per lo sfascio Pd
di Francesco...