In un Partito democratico sempre più lacerato al proprio interno dopo il fallimento della linea Bersani sulla formazione del governo e il pasticcio sull’elezione del Presidente della Repubblica scoppia anche la questione romana. La Commissione di Garanzia ha dichiarato incompatibile con la carica di segretario capitolino Marco Miccoli, eletto alla Camera. Un’incompatibilità che esiste dal giorno delle elezioni (24 e 25 febbraio) e che non è stata certo «scoperta» dai dirigenti democratici dopo due mesi. No, sotto c’è un problema tutto politico: l’epurazione dalle liste di sei Municipi da parte della dirigenza romana dei candidati municipali vicini al dalemiano Umberto Marroni (deputato e capogruppo uscente in Assemblea Capitolina), popolari e dei fedelissimi di Marco Di Stefano. Il motivo? Non avrebbero sostenuto i candidati alle presidenze delle ex circoscrizioni che sostenevano Ignazio Marino. Così, dopo la vittoria di Zingaretti alle regionali e quella di Marino (voluto dallo stesso Zingaretti) alle primarie a sindaco, il segretario romano, anche lui zingarettiano, avrebbe fatto partire le purghe. Non candidando i consiglieri municipali uscenti, bacino di voti importante per i candidati al Consiglio comunale. Un regolamento di conti tra correnti, insomma, deflagrata in seguito allo scontro Sassoli-Marino. «Chiediamo al segretario regionale Enrico Gasbarra ln confronto serio volto al ripristino immediato delle regole interne. Quello che sta accadendo in queste ore sta offendendo i nostri elettori e crea un enorme disagio alla vigilia di una campagna elettorale molto dura. Le diatribe interne non portano lontano e compromettono tutto il lavoro fatto in questi mesi. Urge un intervento immediato per riportare il Pd romano sui binari e per mettere a punto una road map che coinvolga tutte le componenti. Esclusi compresi», hanno tuonato i municipali esclusi Nino Bufalino, Claudio Mannarino, Bernardo Campitiello, Michele Nacamulli, Roberto Falasca, Maurizio De Giusti, Luca Gasperini, Carla Di Giacomo. E il consigliere in VI Fabio Piattoni ha rincarato la dose, autosospendendosi dal partito dopo l’esclusione «per aver sostentuto Gentiloni o per essere scomodo». Piattoni - che parla di «ombre» e «situazioni poco chiare» sulla candidatura alle primarie di Gianmarco Palmieri, che correrà alla presidenza del VI - ha presentato un ricorso contro l’esclusione che verrà discusso il 30 aprile in Tribunale. E lo stesso Marroni ha chiesto «un immediato chiarimento interno». Dura Patrizia Prestipino: «Ingordigia e cupidigia portano solo alla distruzione. Decade la segreteria romana a guida di Marco Miccoli e non sapremo mai se il vero motivo è l’incompatibilità con l’incarico parlamentare o il caos composizione liste municipali che ha lasciato sul campo feriti e morti, accontentando accordi di corrente. Marino mi ha chiesto di candidarmi, ho messo a disposizione giovani candidati, la mia meglio gioventù, scartata dal Pd e inserita nella civica perché non c’era posto nelle liste Pd o forse perché non rappresentano correnti». Una brutta gatta da pelare per Gasbarra, alle prese anche con la sfiducia che ha colpito la segretaria di Frosinone Sara Battisti. Una bufera a un mese dalle elezioni per il Campidoglio con il silenzio assordante del Nazareno, che ha lasciato soli i vertici locali. Dopo aver incontrato la Battisti, Gasbarra si è visto con Miccoli (che nel frattempo aveva rassegnato le dimissioni, facendo appello all’unità per sostenere la candidatura a sindaco di Roma di Marino), il presidente del Pd romano Eugenio Patanè e la presidente del Pd Lazio Marta Leonori. A tutti i dirigenti, Gasbarra ha rivolto un invito alla responsabilità e al rispetto per gli elettori e i militanti. Un richiamo all’unità in vista delle amministrative che coinvolgeranno 41 comuni nel Lazio. Gasbarra ha ribadito l’assoluta indisponibilità a piegarsi a logiche di corrente. Gasbarra ha quindi delegato Patanè a procedere alla composizione delle liste, invitando tutti all’unità per sostenere Marino e richiamando le correnti alla serietà e alla responsabilità. Una scelta che lascia parecchi scontenti: la «figura istituzionale e di garanzia» Patanè è infatti pur sempre un uomo vicino a Zingaretti, ritenuto da molti il mandante dell’epurazione. E in tanti mettono in discussione anche la regolarità delle primarie. Una faida dietro l’altra che rischia di avvantaggiare Marchini e Alemanno. E i dirigenti democratici mettono in guardia: «Altro che vincere. Pensiamo a non perdere, il rischio c’è».
Capitale delle faide Salta il segretario Pd
Marco Miccoli dichiarato «incompatibile» Epurato chi non ha sostenuto Marino